Petrolio in Abruzzo, il PdL in Provincia e Nuovo Senso Civico duri con Confindustria

La campagna di informazione “a pagamento” vista ieri 3 agosto 2010 dal “Sistema Confindustria” su varie testate giornalistiche regionali sulla problematica petrolio in Abruzzo mi sembra un vero controsenso, segno di debolezza e di “responsabilità”. E’ quanto afferma in una nota il consigliere provinciale del PdL Franco Moroni (nella foto a destra, la manifestazione a L’Aquila durante il consiglio regionale straordinario del giugno scorso, sull’Abruzzo petrolifero).

In primo luogo, ad oggi dopo che l’Amministrazione Provinciale di Chieti sin dall’insediamento ha preso posizione nel puntare sullo sviluppo turistico ricettivo agricolo, facendosi interprete autorevole delle esigenze e delle aspettative di tutta la comunità che non intende più sacrificare neanche un centimetro della propria terra sull’argomento petrolio, istituzionalmente non abbiamo avuto nessun segnale di apertura a dialoghi per “…affrontare costruttivamente le questioni di petrolizzazione …”. E allora dobbiamo dire che il controsenso è proprio nelle informazioni date. Gli incidenti purtroppo avvengono, si contano circa 60 incidenti marittimi all’anno e in circa 15 di questi sono coinvolte navi che provocano versamenti di petrolio e di sostanze chimiche. Dal 1985 si sono verificati nel Mediterraneo e nell’Adriatico ben 27 incidenti rilevanti con uno sversamento complessivo di oltre 270.000 tonnellate di idrocarburi (ricordo uno dei più gravi 10 aprile 1991, il traghetto Moby Prince colpì con la prua la petroliera Agip Abruzzo causando fuoriuscite di petrolio in mare con incendi). Anche se le perforazioni offshore in Italia avvengono a profondità molto inferiori (150-200 metri) rispetto ai 1500 metri dell’impianto della Louisiana, i rischi legati all’attività estrattiva delle piattaforme petrolifere non possono essere sottovalutati e le conseguenze di un incidente che si verificasse in prossimità delle coste dell’Adriatico sarebbero catastrofiche per l’intero bacino, stante la  sua caratteristica di mare semichiuso ed il suo fragile equilibrio ambientale”. A parere del sottoscritto al contrario di quanto detto vi è sicuramente un progetto di petrolizzazione dell’Abruzzo da parte delle compagnie petrolifere, lo dicono i dati di fatto in quanto delle 115 piattaforme estrattive offshore italiane  le principali si trovano in Adriatico e nel canale di Sicilia. A queste vanno aggiunte le piattaforme mobili già operanti per la ricerca di nuovi giacimenti, nonché le 16 nuove piattaforme, per la maggior parte appartenenti a compagnie straniere  Le ricerche sottomarine in corso e di prossimo avvio nei fondali dell’Adriatico fanno intravvedere ulteriori e pericolose ricadute in un’area già fortemente compromessa in termini di inquinamento derivante dalle attività di perforazione ed estrazione del petrolio, da incidenti nel trasporto marittimo e dalle operazioni di carico e scarico, bunkeraggio, lavaggio delle cisterne delle petroliere”. Nel 2009 la produzione italiana di petrolio offshore è stata 525.905 tonnellate: 353.844 in Zona B (Adriatico centrale) e nei primi due mesi del 2010 la produzione è aumentata in totale di quasi il 35%. In Zona B il petrolio si estrae da 5 piattaforme e da un totale di 35 pozzi. Le ultime istanze pubblicate sul Bollettino Ufficiale degli idrocarburi e delle georisorse (Buig) del ministero dello sviluppo Economico sono quelle della Petroceltic Italia (dell’irlandese Petroceltic Elsa) per un’area di 728,20 kmq al largo delle coste abruzzesi tra Pineto e Vasto. La multinazionale irlandese ha chiesto anche permessi di ricerca nel mare tra la costa teramana e le isole Tremiti, un altro arcipelago-parco a terra e mare minacciato anche da una richiesta per un’area di 730 kmq. Ricordo al “sistema Confindustria” che centinaia di studi scientifici a livello mondiale dimostrano come l’inquinamento che proviene dalle lavorazioni degli idrocarburi provoca sul territorio aumenti di tumori, malformazioni fetali, malattie cardiorespiratorie e deformazioni genetiche come ben sanno gli abitanti di Falconara, Gela, Viggiano, Priolo, Porto Marghera, Manfredonia, Cremona. Nel settore del lavoro i vari report dell’OPEC stranamente dicono il contrario, dove si evidenzia che il settore è stato notevolmente colpito dal calo della domanda mondiale, dove resiste in ambito occupazionale il “circolo chiuso” dell’indotto, cioè quelle poche aziende che operano nel settore … senza entrare nello specifico come spesso accade la realtà dei fatti – e dei dati – è molto diversa, e più complessa, di quella trattata sui mezzi d’informazione. L’utilizzo del petrolio per il futuro rispondo semplicemente che per il petrolio abruzzese non si ricavano benzine ma solo bitume per asfalti o nel migliore dei casi PVC, come dichiarato anche dall’amministratore delegato della Medoilgas Morandi, titolare della concessione “Ombrina Mare2”. Se il 30 giugno 2010 “il Sole 24 ore” fa un excursus sull’impossibile convivenza tra le richieste (e le autorizzazioni) di piattaforme petrolifere offshore e l’economia turistica e l’ambiente; se di conseguenza anche il giornale della Confindustria è costretto ad una prudente ritirata di fronte ad iniziative petrolifere che cozzano con il turismo; se il 1° settembre 2009 anche la Chiesa Cattolica attraverso il Sinodo dei Vescovi abruzzesi e molisani ha pubblicamente preso una posizione contraria allo sfruttamento petrolifero in Abruzzo, penso che qualcosa nel sistema OIL&GAS non và, come penso che se l’Abruzzo vuole uscire da questo imbarbarimento ambientale e sociale deve ritrovare la forza e la dignità dei propri padri. Forza e dignità che nel dopoguerra hanno permesso di uscire dalla morsa della povertà e del sottosviluppo. E allora la “…scelta responsabile è sì affrontare i problemi con serietà ed equilibrio…” ma in modo istituzionale e dopo aver verificato caso per caso la congruità in termini progettuali, ambientali e di salute pubblica, tentando di soddisfare le necessità sociali ed economiche della popolazione, senza compromettere quelle delle future generazioni.

Dura e articolata la presa di posizione sull’appello lanciato da Confindustria di Nuovo Senso Civico, il movimento di cittadini che da tempo si batte contro i progetti estrattivi a terra e in mare. “Parliamone, discutiamone “…per riportare le questioni alla loro reale dimensione, affrontandole senza generalizzazioni e pregiudizi…”. Questa la richiesta formulata. Con un disinteresse, un altruismo e un desiderio così grande di fare del “bene” agli abruzzesi che ci siamo tutti commossi. Finalmente “…hanno deciso d’informare i cittadini sulla realtà del settore, per promuovere un patto di trasparenza e responsabilità tra tutti…”. Vogliamo chiedere a questi signori: perché non l’avete fatto prima? – chiede il movimento – Perché, fatta eccezione per l’incontro all’Università G.D’Annunzio nel 2008 (dal quale incontro siete usciti alquanto malconci dialetticamente parlando), non avete mai più accettato di confrontarvi con noi? E perché in questo accorato appello neanche lontanamente accennate al fatto che il nostro petrolio è amaro e deve essere trattato in loco con produzione di idrogeno solforato? Questa sostanza (è ormai arcinoto) provoca danni irreversibili alla salute.

Cari signori, spiegateci come facciamo a fidarci di voi se fino ad oggi avete operato nel silenzio più assoluto? Avete forse dimenticato che abbiamo saputo (e per caso…) solo nel 2007 (dopo quasi sei anni dalla presentazione del progetto) del famigerato Centro Oli di Ortona? E vi siete mai preoccupati delle migliaia di posti di lavoro che l’Abruzzo avrebbe perso nei settori dell’Agricoltura, dell’Enogastronomia, del Turismo, del Commercio? Il PIL della nostra regione è prodotto per il 38% da agricoltura e turismo, di converso il PIL  derivante dalle attività petrolifere è all’incirca pari a zero.

Vogliamo poi parlare di Gela, di Viggiano, del triangolo della morte Siracusano (Augusta, Priolo, Melilli)? Vogliamo parlare delle malformazioni fetali e delle mutazioni genetiche che avvengono a Gela. Oppure dei possibili e non rari incidenti come il disastro di Trecate in Piemonte (dopo 10 anni 100 Kmq di territorio sono irrimediabilmente inquinati per l’esplosione di un pozzo). O della raffineria di Cremona, degli incidenti a Falconara (frequenti). Oppure della Val d’Agri che non riesce più a vendere il suo rinomato olio ed i suoi pregiati vini perché irrimediabilmente contaminati dall’idrogeno solforato…Inoltre alla faccia delle migliaia di posti lavoro promessi dal petrolchimico, l’emigrazione è aumentata.

Vogliamo parlare dei casi di tumori aumentati in maniera esponenziale in quelle zone? Chi ha mai controllato se avete inquinato? chi controlla il vostro operato? Il controllo del controllore è fortemente caldeggiato dal recentissimo documento della comunità europea nel quale l’indirizzo programmatico è orientato verso la moratoria di tutte le attività petrolifere nel Mediterraneo. Pensiamo solo per un momento dopo quanti anni si è scoperto il disastro di Bussi, la più grande discarica abusiva di rifiuti tossici d’Europa. Anche quella azienda aveva una grande professionalità dei tecnici e il rispetto delle norme di sicurezza. Vero?

Un’ultima cosa: la quantità di idrogeno solforato consigliato dall’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità) è di 0,005 parti per milione. In Italia è 30 parti per milione. 6000 volte superiore a quella consigliata dall’ OMS e addirittura fino a 50.000 volte superiore alla quantità consentita in America. Un avvelenamento di massa silenzioso.

Dite anche questo agli abruzzesi.

Ci siamo presi la briga di rispondere punto per punto alle vostre faziosissime affermazioni. In 75 anni di attività in Abruzzo nessun incidente – Falso. E’ impossibile che in Abruzzo si verifichi un disastro come nel Golfo del Messico. Falso. La vera petrolizzazione attiva dell’Abruzzo è in atto da circa 30 anni, non da 75. Se è vero che non ci sono stati incidenti importanti è solo legato alla buona sorte non all’alta professionalità degli operatori, che poi sono gli stessi che operano nel resto d’Italia dove sono avvenuti centinaia e centinaia di incidenti gravi o gravissimi. Vedi Priolo, Genova, Cremona, Milazzo, Falconara, Arenzano, Viggiano, Trecate, Sarroch, Taranto,Roccella Jonica, Molfetta, Sarroch, Siracusa, Augusta, Milazzo, Porto Cervo, Olbia, Napoli. E potremmo continuare per pagine intere. Inoltre, un incidente migliaia di volte più piccolo di quello della Luisiana provocherebbe la morte inesorabile del nostro “lago” chiamato Mare Adriatico, il cui ricambio delle acque avviene in circa 100 anni.

Tutto è documentato, potete vedere su internet o sui maggiori quotidiani: Corriere della Sera, Sole 24 Ore, La Repubblica etc. Non è in atto alcuna “petrolizzazione della Regione Abruzzo e non vi è alcun motivo di allarme – Falso! Gli impianti di estrazione coprono soltanto lo 0,02% della superficie totale della Regione. Falso! Lo 0,02% si riferisce all’area dove insiste fisicamente e tecnicamente il pozzo, ma l’attività estrattiva si espande per centinaia di kmq attorno alla superficie della perforazione ed è per questo che il territorio interessato dalle attività estrattive in base ai permessi già in opera e quelli richiesti arrivano al 50% della del territorio abruzzese. Fonte UNMIG Ministero dello Sviluppo Economico al 31 marzo 2010. Il settore da lavoro a 6000 addetti. Falso! Le nostre piattaforme petrolifere operano senza personale.

I tecnici che in genere operano nel settore petrolifero abruzzese e non solo, sono pochi e prevalentemente stranieri, come del resto sono le compagnie interessate ad impadronirsi del petrolio abruzzese. Agli abruzzesi restano lavori minori di bassa manovalanza o per manutenzioni, per lo più si tratta di lavoratori stagionali o a termine. Del resto l’ENI nei suoi documenti presentati per la realizzazione del Centro Oli di Ortona dichiarava: saranno assunti in 29 unità (anche qui tecnici stranieri). L’esempio della Basilicata basta e avanza. Il giacimento più grande d’Italia e non solo, ecco i risultati raggiunti: l’inquinamento è ai massimi livelli, l’agricoltura e il turismo ormai irrimediabilmente compromessi, la povertà e la mancanza di lavoro è la più alta d’Italia.

Alla faccia delle ragioni del petrolio.

L’Europa, come il resto del mondo, utilizzerà prevalentemente petrolio per il futuro. Falso! Punto primo dal petrolio abruzzese non si ricavano benzine ma solo bitume per asfalti o nel migliore dei casi PVC, come dichiarato anche dall’amministratore delegato della Medoilgas Morandi, titolare della concessione “Ombrina Mare2”.

Ci sono poi nazioni come la Svezia o la Norvegia, grandi produttori di petrolio, che hanno dichiarato che con i propri piani energetici nazionali non utilizzeranno più nei prossimi anni fonti fossili, petrolio compreso. Gli Stati Uniti si apprestano ad una grande svolta in favore delle energie rinnovabili. In Germania gli operatori del settore delle energie alternative sono, infatti, passati dai 160 mila del 2004 ai 249 mila del 2007 con una quota di export cresciuta da 2,5 a 12 miliardi di euro nello stesso periodo. Se soltanto al gennaio di quest’anno la Bee (Federazione tedesca sull’energia rinnovabile), aveva dato enfasi all’aumento della percentuale dell’energia totale consumata di origine rinnovabile (pari al 17%) ora i dati in ascesa riguardano anche l’area industriale. La quota di esportazioni è arrivata a 8 miliardi, solare in primis, con l’export che ha toccato ormai il miliardo di euro, dai 190 milioni del 2004, a cui si aggiunge il 45% delle società edili tedesche impegnate nella costruzione di edifici ecologici. L’attenzione all’ambiente e alle riduzioni di emissioni di anidride carbonica sembrano andare perfettamente d’accordo con l’andamento economico dal momento che le imprese tedesche primeggiano nel settore della gestione dei rifiuti e delle acque e, adesso, si posizionano anche ai primi posti nel campo delle energie rinnovabili, dell’efficienza e del risparmio energetico.

A dimostrazione che l’attenzione per l’ambiente premia.

Tra gli altri dati rilevanti il raddoppio produttivo da fonti rinnovabili della Cina per il quinto anno consecutivo. Nel 2008 è salita a 12 GW, più di quanto programmato originariamente per il 2010. Il nostro è un paese che ha bisogno di scelte responsabili e di affrontare i problemi con serietà ed equilibrio. Vero! (L’unico pensiero condivisibile). Ma ecco quali sono le motivazioni di una delle tante compagnie straniere che sono impegnate a creare benessere e sviluppo in Abruzzo

La PETROCELTIC compagnia irlandese che nel suo bilancio annuale del 2007 invitava i suoi azionisti ad investire sulla ricerca petrolifera in Abruzzo, forniva loro per conquistarne il favore una descrizione dell’”affare” con queste poco edificanti parole: Termini fiscali favorevoli, basse spese d’ingresso nel territorio, bassi rischi politici, infrastruttura ben sviluppata, competizione limitata, costi per licenze insignificanti, programmi di lavoro a discrezione [dell’estrattore], regime molto semplice, rendimenti alti per petrolio e gas…

In pratica la PETROCELTIC dichiarava senza pudore che con pochi soldi era possibile sfruttare ed inquinare l’Abruzzo infischiandosene degli abruzzesi e con il consenso della classe politica e degli amministratori locali! Lo chiediamo per lo sviluppo sostenibile, per l’occupazione, per le nostre imprese e per gli abruzzesi. Vergognoso! Gentili signori, voi ignorate l’ altissimo concetto di civiltà espresso dallo sviluppo sostenibile cardine del trattato di Aarhus e della convenzione internazionale, Agenda 21 che affermano: “Lo sviluppo sostenibile è una forma di sviluppo (che comprende lo sviluppo economico, delle città, delle comunità eccetera) che non compromette la possibilità delle future generazioni di perdurare nello sviluppo, preservando la qualità e la quantità del patrimonio e delle riserve naturali (che sono esauribili, mentre le risorse sono considerabili come inesauribili).

L’obiettivo è di mantenere uno sviluppo economico compatibile con l’equità sociale e gli ecosistemi, operante quindi in regime di equilibrio ambientale”. Se la vostra non è ignoranza, è “semplicemente” malafede.

Gli abruzzesi non hanno l’anello al naso!