Marino (IdV): “La politica della Fiat ridurre al silenzio i sindacati”

Le intenzioni di Confindustria e quelle  di Marchionne sono evidenti: “La crisi dell’azienda automobilistica italiana deve diventare l’occasione per ridimensionare il potere contrattuale dei sindacati, così sarà possibile pagare di meno gli operai (e gli impiegati), farli lavorare di più, licenziarli quando non serve”.

E’ quanto afferma nella premessa del comunicato stamapa, Michele Marino, segretario cittadino dell’Italia dei Valori.

“Confindustraia e Marchionne si comportano da “padroni” che vogliono usare i propri dipendenti solo fino a quando serve al capitale investito. Quando sarà più remunerante produrre altrove la FIAT lascerà l’Italia, perchè il profitto non ha cittadinanza. Si dirà: facile criticare, ma cosa proponete? Innanzitutto occorre dire la verità. Con realismo occorre riconoscere che un auto “normale” (cioè priva di innovazioni tecnologiche e di design) costa di meno lì dove costa di meno il lavoro. Ecco perché le auto “normali” presto saranno prodotte quasi tutte in Asia, dove il lavoro costa ancora poco e dove si è formata una classe operaia specializzata. Il destino delle auto “normali”, al pari di qualunque prodotto “normale” è segnato: sarà prodotto dove costa meno produrlo: vedi scarpe, vestiti, ecc. Perché oggi per la prima volta nella storia dell’uomo è facile far circolare denaro e merci. Quindi per competere non serve quantità di lavoro operaio ma qualità: innovazione (tecnologica) e design (vedi: Maserati, Porche). Anche i Polacchi hanno diritto a far studiare i figli, a curare i propri genitori anziani, a fare le vacanze. Noi non siamo contro i polacchi, né contro i serbi, né contro i cinesi. Semplicemente noi non vogliano che gli operai abruzzesi facciano i polacchi a casa loro. Ed è per questo l’Italia dei Valori da subito vuole esportare diritti. Non per utopia, ma per sano realismo, sarà bene cominciare a parlare di contratto unico europeo, e di seguito di un contratto mondiale. Se non si fa finire il mondo ad Atessa, ma si guarda  oltre, allora si scopre che non esiste nessuna crisi bensì “solo” la riorganizzazione mondiale del lavoro. Infatti Cina, India e Brasile sono nazioni sempre più ricche. Chi deve pagare per questa riorganizzazione mondiale? Come ripartire i rischi del “capitale” con le esigenze del “lavoro”? L’Italia, al pari degli altri paesi “ricchi”, per competere nel mercato mondiale deve produrre innanzitutto beni con grande  – aggiunge Marino -contenuto tecnologico ed estetico: i prodotti “normali” saranno fabbricati dove un stipendio non supera i 400 euro. Ma noi non vogliamo che si lavori per 400 euro; non vogliamo lotte fra poveri: Melfi contro Pomigliano, lavoratori Fiat italiani contro lavoratori Fiat polacchi o serbi. Ai polacchi ed ai serbi si faccia produrre quello che fanno meglio, agli italiani si diano i modelli a più alto contenuto tecnologico ed estetico: quello che sappiamo fare meglio. A noi è chiaro che quello che si è già fatto a Melfi ed è stato peggiorato a Pomigliano, sarà quello che la Fiat vuole imporre ai suoi dipendenti Sevel e che presto sarà imposto da tutte le altre aziende ai propri dipendenti”.