Inchiesta: emergenza amianto e il nodo cruciale dello smaltimento in Abruzzo

Che fare con l’amianto? Bella domanda. Il problema è serio, molto serio e da qualche tempo a questa parte se ne occupano con maggiore frequenza i media. Parliamo comunque di un minerale naturale a struttura fibrosa appartenente alla classe chimica dei silicati e alle serie mineralogiche del serpentino e degli anfiboli. Per anni è stato considerato un materiale estremamente versatile a basso costo, con estese e svariate applicazioni industriali, edilizie e in prodotti di consumo. E’ presente naturalmente in molte parti del globo terrestre e si ottiene facilmente dalla roccia madre dopo macinazione e arricchimento, in genere in miniere a cielo aperto. Per la normativa italiana sotto il nome di amianto sono compresi i seguenti 6 composti: Crisotilo: amianto di Serpentino Amosite, Crocidolite, Tremolite, Antofillite, Actinolite: amianti di Anfibolo. L’amianto resiste al fuoco e al calore, all’azione di agenti chimici e biologici, all’abrasione e all’usura. La sua struttura fibrosa gli conferisce insieme una notevole resistenza meccanica ed una alta flessibilità. E’ facilmente filabile e può essere tessuto. E’ dotato di proprietà fonoassorbenti e termoisolanti. Si lega facilmente con materiali da costruzione (calce, gesso, cemento) e con alcuni polimeri (gomma, PVC). Ma allora, perché fa paura? La consistenza fibrosa è alla base delle proprietà tecnologiche, ma anche delle proprietà di rischio essendo essa causa di gravi patologie a carico prevalentemente dell’apparato respiratorio. La pericolosità consiste, infatti, nella capacità dei materiali di amianto di rilasciare fibre potenzialmente inalabili ed anche nella estrema suddivisione cui tali fibre possono giungere. Per dare una idea della estrema finezza delle stesse, basti pensare che in un centimetro lineare si possono affiancare 250 capelli umani, 1300 fibre di nylon o 335000 fibre di amianto. Non sempre l’amianto, però, è pericoloso: lo è sicuramente quando può disperdere le sue fibre nell’ambiente circostante per effetto di qualsiasi tipo di sollecitazione meccanica, eolica, da stress termico, dilavamento di acqua piovana. Per questa ragione il cosiddetto amianto friabile, che cioè si può ridurre in polvere con la semplice azione manuale è considerato più pericoloso dell’amianto compatto che per sua natura ha una scarsa o scarsissima tendenza a liberare fibre.

E’ un problema che interessa tutto lo Stivale, soprattutto perché la mancanza di impianti di smaltimento è una nota dolente per tutto il territorio nazionale. Ad oggi, secondo una precisa e scrupolosa ricerca condotta da Legambiente e resa nota nello scorso mese di aprile, alcune Regioni hanno una sola discarica dedicata allo smaltimento dei rifiuti contenenti amianto nel proprio territorio: trattasi del Friuli Venezia Giulia, dell’Emilia Romagna, della Liguria e della Lombardia, esaurita però nel marzo 2009. Altre hanno localizzato più di una discarica e si tratta della Basilicata che ne ha 2 ed il Piemonte che ne ha 3. La Toscana e la Sardegna hanno sul proprio territorio 4 impianti ciascuna. Eppure sono poche, anzi insufficienti. Sempre secondo Legambiente “in tutti i casi le capacità residue sono comunque molto scarse se relazionate con i quantitativi di materiali contenenti amianto ancora presenti sul territorio. Ad eccezione della Sardegna – si legge nella relazione – non sono previsti invece impianti basati sul trattamento termico ad alta temperatura, che trasforma di fatto le fibre in cristalli, rendendo innocuo il materiale trattato con possibile riutilizzo. Se da un lato questi metodi alternativi rappresentano sicuramente l’indubbio vantaggio costituito dall’eliminazione definitiva della fibra e dal mancato consumo di territorio causato dalle discariche, dall’altro occorre tener presente che si tratta di tecnologie su cui occorre fare le valutazioni economiche e ambientali. Rispetto all’attuale scarsità di impianti si prevede in alcune regioni la realizzazione di nuove discariche. In particolare la Lombardia prevede di realizzarne 5, in corso di autorizzazione, per due milioni di metri cubi di capacità totale. La Liguria entro il 2011 prevede di realizzarne un’altra oltre a quella già esistente; in Umbria si prevedono delle celle monodedicate nelle tre discariche per rifiuti non pericolosi presenti sul territorio regionale. Lazio, Sardegna e Piemonte, invece, non prevedono altri impianti, mentre delle altre regioni non è disponibile il dato”.

C’è da rilevare che il Lazio spedisce i materiali contenenti amianto all’estero (Germania e Austria) in discariche specializzate a 25 euro per ogni metro quadro. La spedizione dei materiali oltreconfine costituisce una movimentazione che comunque andrebbe evitata.

Come si comprende già da queste prime note, il problema dello smaltimento è un nodo cruciale che va risolto al fine di una concreta azione di bonifica dell’amianto su tutto il territorio nazionale e richiede una pianificazione appropriata tesa alla realizzazione di una imprescindibile impiantistica regionale di trattamento e smaltimento.

E in Abruzzo, qual è la situazione? E’ la domanda che ha mosso la nostra inchiesta, che proseguirà domani.