Inchiesta: emergenza amianto e il nodo cruciale dello smaltimento in Abruzzo/2

Definire preoccupante il quadro abruzzese è riduttivo. I dati a disposizione si limitano, al momento, ai soli edifici pubblici – 1900 –,  che da soli ci dicono come la nostra regione sia indietro. Tra questi, moltissime scuole, chiese, centri culturali e ricreativi, complessi sportivi e turistici, rifugi montani, obitori e cappelle cimiteriali. Poi bisogna aggiungere 7,5 milioni di metri quadri di strutture agricole, vitivinicole e opifici, 24 mila metri cubi presenti nelle rete idrica e 179 tonnellate provenienti dal parco auto. Il tutto è elencato nella Amianto Map, il Piano regionale di protezione dell’ambiente, di decontaminazione, di smaltimento e di bonifica ai fini della difesa dei pericoli derivanti dall’amianto” e del “Sistema Informativo Territoriale per la mappatura dei siti della Regione Abruzzo con presenza di amianto”.  Il piano fu affidato alla  Collabora Engineering S.p.A. il 30.08.2002, dalla Giunta regionale del tempo. Un incarico esternalizzato, ultimato nel 2006, con il quale la Regione ha proceduto alla mappatura dell’amianto ed alla determinazione delle priorità di intervento “secondo la metodica stabilita con i Criteri per la determinazione degli interventi di bonifica urgenti dei siti interessati dalla presenza di amianto, ricomprendente i siti già censiti dalla società”. Inoltre, la  Collabora Engineering S.p.A. avrebbe dovuto fornire supporto tecnico-amministrativo-logistico agli uffici regionali finalizzato alla redazione, da parte della Regione, del Piano. La ricerca ha previsto anche una campagna di acquisizione dati su tutto il territorio regionale, basata sulla collaborazione dei cittadini, ai quali fu inviata una scheda-questionario, firmata dagli assessori alla sanità e all’ambiente territorio e turismo, per censire le abitazioni. La risposta c’è stata, ma in parte: su circa 600 mila schede inviate, solo 4955 sono state rispedite. Ecco la ragione per la quale, nonostante gli sforzi, i dati raccolti sono da considerarsi incompleti. Mancano, tra l’altro 104 comuni, che non hanno risposto. Restando ai criteri seguiti nell’indagine, è stata rilevata la presenza di barriera a scogliera, usate contro l’erosione a difesa delle coste. Molte di esse sono state realizzate in periodi antecedenti alla promulgazione della legge fondamentale sulla cessazione dell’impiego dell’amianto (28 aprile 1994) e l’uso di quantitativi di inerti, anche semilavorati, dai Paesi dell’Est europeo, la maggior parte dei quali non facenti parte della Comunità europea e quindi non in linea con le rispettive leggi vigenti. Inoltre, è emerso che molte aziende hanno cessato l’attività e i rivestimenti di amianto sono in totale abbandono. Ma non basta. L’indagine non poteva non riguardare la presenza di amianto nei rotabili. Per questo sono stati interessati gli uffici ferroviari per poter censire i vagoni destinati al trasporto persone, quelli destinati al trasporto merci e i mezzi ferroviari di trazione. E’ stato interessato anche l’Automobil Club per poter avere un quadro della situazione relativo ad autobus, autocarri per trasporto merci, autoveicoli speciali, rimorchi merci ed altri veicoli, dall’anno di prima iscrizione al 1994, data di entrata della legge sulla cessazione dell’impiego dell’amianto. I risultati sono stati che ben 448.978 veicoli circolavano per l’Abruzzo. Non è stato trascurato nemmeno il settore marittimo. Se le nuove navi non usano più l’amianto, esso è presente in maniera massiccia nelle sale macchine, nell’apparato motori, locali di condizionamento, nelle cabine, bagni, ponti, ristoranti di quelle navi realizzate nei dieci anni precedenti la ricerca. Presenza di amianto che espone a seri rischi i marittimi, soprattutto nelle operazioni di manutenzione e nei cantieri navali. Una ricerca importante e utile, rimasta però sulla carta.

In Abruzzo l’unico impianto presente per lo smaltimento dell’amianto, prima autorizzata e attualmente in discussione, è quello della Società Meridionale Inerti localizzato in contrada Taverna Nuova in Ortona, una discarica di 41500 metri quadri, passata da impianto di 2^ categoria – Tipo A, a discarica per rifiuti, contro la quale oggi si oppongono i Comuni della zona e le associazioni ambientaliste che, in un primo momento, come vedremo più avanti, ne avevano sollecitato la realizzazione. Dai documenti che siamo andati a scovare per la nostra inchiesta, nella discarica di Taverna Nuova, che ha una capacità ricettiva di 245.000 metri cubi, di cui 80mila destinati allo smaltimento Rifiuti Contenenti Amianto, dovrebbero essere smaltiti rifiuti inerti non pericolosi contenenti amianto legato in matrice cementizia. L’uso del condizionale è dovuto alla querelle in corso tra chi si oppone all’impianto e chi come, invece, la SMI, la quale ritiene di avere tutte le carte in regole per procedere all’esercizio dell’attività. La discarica, infatti, che sorge su una precedente cava di ghiaia per la produzione di calcestruzzo – proprio da lì infatti fu prelevato materiale per la costruzione del porto di Ortona ­ –, era stato realizzato su espressa sollecitazione delle amministrazioni comunali e autorizzato con provvedimento regionale, nell’11 Aprile 2001. Favorevoli si erano pronunciate WWF e Comitato pro Ortona. La SMI, ovviamente, prim’ancora di iniziare, sottopose il progetto ad analisi e valutazioni approfondite nell’ambito della procedura di Valutazione di Impatto Ambientale, e ricevette parere favorevole. Infatti, da indagini effettuate e riportate nella VIA non fu riscontrato alcun effetto negativo sulla zona circostante causato dalla presenza della discarica. Nell’impianto si smaltivano sia i rifiuti inerti, che amianto precompresso, volgarmente conosciuto come eternit. In altre parole, dagli accertamenti ai quali fu sottoposta, la discarica, durante l’esercizio dell’attività – smaltì 19000 metri cubi di materiale –, non ha mai rappresentato alcun pericolo per l’ambiente circostante, per l’agricoltura della zona e per la salute dei residenti.