Detenuto si toglie la vita nel carcere di Sulmona: è il terzo suicidio nel 2011

“Mentre il Ministro Alfano, come Alice nel Paese delle meraviglie,  è impegnato a raccontare in Parlamento di un sistema penitenziario che non c’è, nelle nostre prigioni e nella realtà quotidiana del penitenziario  si continua a morire. A Sulmona ieri sera un detenuto si è tolto la vita mediante impiccagione. Salgono, così, a tre i suicidi di questo 2011. Con la media di uno ogni sei giorni. Forse a questo si riferiva Alfano quando parlava dei record conseguiti in materia penitenziaria dal Parlamento, giacché di assunzioni non se ne intravedono ed i progetti restano tali”.

Eugenio Sarno, Segretario Generale della UIL PA Penitenziario va giù duro. A fine anno aveva comunicato il grave stato in cui versano le carceri abruzzesi per sovraffollamento e per mancanza di personale. Una situazione allarmante, da affrontare di petto e in fretta. Prova ne è il suicidio di un detenuto egiziano di Tawfik Mohammed, 71 anni proveniente dalla libertà vigilata era in carcere da due mesi, che si è impiccato ieri sera nella sua cella nel reparto internati del carcere di Sulmona. La notizia è stata diffusa dal responsabile provinciale Pd, Dipartimento diritti e garanzie, Giulio Petrilli. “Negli ultimi dieci anni nel carcere sulmonese sono morti 15 detenuti. Un carcere diventato infernale. La sezione internati è veramente impressionante. Non ci sono parole per poterla descrivere: detenuti accalcati dentro celle anguste – dice l’esponente del Pd – molto spesso a scontare non un reato, ma una presunta pericolosità sociale. Dovrebbero lavorare, ma non c’è lavoro e per i pochi che hanno questa fortuna ci sono stipendi mensili che variano dai trenta ai settanta euro. L’assistenza sanitaria è praticamente nulla. Il 30 settembre scorso – ha sottolineato Patrilli – scrissi al Ministro della Giustizia, affinché venisse a verificare di persona la vita nel carcere di Sulmona. Non ho avuto nessuna risposta e nessuna visita del Ministro è avvenuta. Quella lettera era presagio purtroppo del suicidio di ieri e dei tanti che avverranno se non si interverrà con serietà e umanità”.

“Da tempo, inascoltati, abbiamo posto il problema dell’inadeguatezza strutturale della sezione internati a Sulmona – ricorda Sarno -. Per questa tipologia di reclusi occorrono ambienti ben diversi. Purtroppo al DAP , evidentemente, sono distratti dalla fregola edificatrice per interessarsi di cose reali. Eppure i due suicidi dello scorso anno, i 14 tentati suicidi, le aggressioni in danno del  personale avrebbero dovuto costituire un importante campanello d’allarme. Il Governo ha inteso ribadire lo stato di emergenza per le carceri. Ci pare un atto di assoluta ipocrisia. A cosa serve dichiarare lo stato di emergenza quando non solo  si depauperano gli organici dei poliziotti penitenziari per inviarli a fere servizio nelle comode poltrone dei palazzi romani ma non si da corso alle promesse e annunciate assunzioni? A cosa serve dichiarare – prosegue SARNO – lo stato di emergenza quando si operano tagli lineari del 30% ? I fondi stanziati dal Governo portano a poco più di 3 euro la somma per garantire il vitto quotidiano  ai detenuti (colazione, pranzo e cena). Garantiscono circa il 50% del necessario per il pagamento dei canoni di acqua, luce, gas, elettricità, ecc. Il personale non potrà vedersi remunerate le indennità di missione perché sono stati stanziati solo 9 milioni a fronte dei 26 necessari. Ciò significherà, a breve, il blocco dei processi perché è impensabile che si potranno continuare a tradurre i detenuti con i soldi anticipati dai poliziotti. Alfano, dunque, avverta il bisogno di un confronto con le rappresentanze dei lavoratori e provi a raccontare a noi, che ben conosciamo le realtà, le favole che racconta in Parlamento. Sarebbe, invece, il caso che il Governo nella sua incertezza si facesse carico del dramma penitenziario e riveda gli stanziamenti complessivi per il DAP, in modo da garantire, almeno,  l’ordinaria amministrazione”.

“Mentre il mondo della politica è in tutt’altre faccende affaccendato, nelle sovraffollate carceri italiane si continua a morire. Come a Sulmona, dove ieri si è impiccato un detenuto egiziano di 64anni. Il suicidio in carcere è sempre – oltre che una tragedia personale – una sconfitta per lo Stato. Il Comitato nazionale per la bioetica ha autorevolmente sottolineato che il suicidio costituisce solo un aspetto di quella più ampia e complessa crisi di identità che il carcere determina, alterando i rapporti e le relazioni, disgregando le prospettive esistenziali, affievolendo progetti e speranze. La via più netta e radicale per eliminare tutti questi disagi sarebbe quella di un ripensamento complessivo della funzione della pena e, al suo interno, del ruolo del carcere, argomento rispetto al quale il primo Sindacato della Polizia Penitenziaria, il SAPPE, è da tempo impegnato nonostante la colpevole indifferenza di vasti settori della politica nazionale.“

E’ quanto dichiara Donato Capece, segretario generale del Sindacato Autonomo Polizia Penitenziaria SAPPE, la prima e più rappresentativa organizzazione di Categoria, alla notizia dell’ennesimo suicidio di un detenuto, questa volta nel carcere di Sulmona. Capece sottolinea che parlerà del dramma delle morti in carcere nel Convegno nazionale organizzato dal SAPPE su sicurezza e trattamento che si terrà domani pomeriggio a Milano. “Con un sovraffollamento di quasi 68mila detenuti in carceri che ne possono contenere a mala pena 43mila, accadono purtroppo questi episodi. A Sulmona, ad esempio, dove i posti regolamentari nelle celle sono circa 301, abbiamo quasi 460 detenuti presenti. E se la situazione non si aggrava ulteriormente è grazie alle donne e agli uomini del Corpo che, in media, sventano ogni mese 10 tentativi di suicidio (molte centinaia ogni anno) di detenuti nei penitenziari italiani. Il Corpo di Polizia Penitenziaria, i cui organici sono carenti di oltre 6mila unità, ha mantenuto fino ad ora l’ordine e la sicurezza negli oltre duecento Istituti penitenziari a costo di enormi sacrifici personali, mettendo a rischio la propria incolumità fisica, senza perdere il senso del dovere e dello Stato nonostante vessati da continue umiliazioni ed aggressioni da parte di una popolazione detenuta esasperata dal sovraffollamento e da politiche repressive che non hanno avuto il coraggio e l’onestà politica ed intellettuale di riconoscere i dati statistici e gli studi Universitari indipendenti su come il ricorso alle misure alternative e politiche di serio reinserimento delle persone detenute attraverso il lavoro, siano l’unico strumento valido, efficace, sicuro ed economicamente vantaggioso, per attuare il tanto citato quanto non applicato articolo 27 della nostra Costituzione. L’intero Corpo di Polizia Penitenziaria è allo stremo: servono concrete iniziative per fare davvero fronte alle crescenti criticità penitenziarie”.