Le mani delle cosche sull’Abruzzo

Organizzazioni mafiose che si sono unite per aggiudicarsi gli appalti della ricostruzione de L’Aquila e per assicurarsi lavori in zone di sviluppo dell’Abruzzo. E non solo: nel rapporto della Direzione Nazionale Antimafia, la cui relazione è stata curata dal magistrato Olga Capasso, si traccia lo scenario della presenza mafiosa in Abruzzo ma si disegna pure le aree di influenza della criminalità, raggruppabili in tre fasce: a) la zona costiera, con le Province di Pescara, Chieti e Teramo, la quale con lo sviluppo dell’edilizia, dell’industria e del commercio si presta ad operazioni di riciclaggio; b) la Marsica, con le città di Avezzano, Carsoli e Tagliacozzo, caratterizzata da una forte presenza di extracomunitari e quindi zona adatta alla commissione di reati di immigrazione clandestina e di sfruttamento della manodopera irregolare (specialmente da parte di cittadini cinesi ); c) l’Alto Sangro e la Valle Peligna con la città di Sulmona, dove si registrano presenze di personaggi legati alla camorra interessati all’acquisto di immobili ed attività commerciali soprattutto nel settore turistico ed alberghiero”.

Nella lunga relazione, un capitolo preciso riguarda “la presenza di famiglie nomadi stanziali, di etnia rom ma ormai stabilizzatesi sul territorio abruzzese da molti decenni, rappresenta un fenomeno che impegna non poco le forze dell’ordine”. Le famiglie dei Di Rocco, degli Spinelli ed altre, “sono la riproduzione in loco di quello che rappresentano i Casamonica nel Lazio, e come loro sono dedite ai più svariati reati, dagli stupefacenti introdotti nella regione dagli albanesi e soprattutto dai campani che loro provvedono a spacciare al minuto, all’usura fino alle estorsioni. Il controllo della ‘piazza’ degli stupefacenti permette il reimpiego dei proventi nell’acquisto di esercizi commerciali e immobili o in altre attività illecite, tra cui quella usuraria e quella legata al giro delle scommesse sulle corse clandestine di cavalli. Sono peraltro presumibili dei contrasti anche all’interno di queste famiglie, dato che tale Bevilacqua Ferdinando è stato vittima di un tentato omicidio a Vasto l’8 giugno 2008 da parte di due sconosciuti. Soprattutto sulla fascia costiera del pescarese e del teramano – rivela la Dna – i nomadi stanziali sono attivi anche nella gestione del gioco d’azzardo, nelle truffe e nelle estorsioni. Le famiglie sono tradizionalmente organizzate in maniera patriarcale, con il capostipite più anziano che esercita l’assoluto controllo sociale ed economico sul gruppo. Ne consegue un sistema regolato da una gerarchia ben strutturata, con la designazione dei responsabili delle attività predatorie che depositano i relativi proventi al »patriarca«, a cui compete la gestione della successiva fase della ricettazione e del reimpiego nel settore immobiliare. Infine lo stesso »patriarca« provvede alla ripartizione della ricchezza così prodotta tra tutti i gruppi a lui subordinati. Spesso è stato accertato un tipico modus operandi consistente nel depositare oro e preziosi rubati preso il Monte dei Pegni in cambio di denaro e con l’accensione di polizze di pegno. Alla scadenza dei termini di deposito si procede al riacquisto dei preziosi su base d’asta, ottenendo il duplice scopo di aumentare le fonti di guadagno e di legittimare il possesso del bene stesso”.

Per tornare alla ricostruzione la Capasso spiega che il terremoto ha ostacolato la normale ripresa della attività di contrasto e che ‘le criminalità organizzate’ sono state ‘le prime a riprendere fiato. “È ripreso il mercato della droga, lo sfruttamento sessuale delle immigrate clandestine ed i soliti episodi di corruzione, le solite rapine, le solite richieste usurarie. Un dato inquietante è emerso dall’esame approfondito delle società collegate alla criminalità organizzata, che hanno vinto gli appalti o ottenuto subappalti, autorizzati o meno. Dai vari intrecci societari e raggruppamenti costituitisi per aggiudicarsi i lavori in Abruzzo (progetto C.A.S.E.) – scrive il magistrato – si è potuto constatare che le diverse organizzazioni criminali non sembra si siano spartiti i singoli affari, ma compaiono, attraverso un gioco ad incastro, cointeressate allo stesso lavoro. A titolo di esempio – prosegue la Dna – una di queste società risulta consociata con altra società attraverso la quale, risalendo la catena di imprese partecipate, si arriva alla ‘Ndrangheta, alla Sacra Corona Unita e al mandamento di San Lorenzo di Cosa Nostra. Se la società in questione non fosse stata estromessa dai lavori in Abruzzo, i relativi guadagni sarebbero stati suddivisi tra criminalità di diverse origini, ma unite nel momento di raccogliere i frutti dei loro affari”. Il lavoro di contrasto, però, sta pagando – prosegue la relazione – gli sforzi comuni hanno tuttavia sortito un qualche effetto, perchè alcune imprese sono state dichiarate decadute. È il caso di un’ATI per contiguità a Cosa Nostra. È stata eliminata anche una società il cui titolare risulta socio insieme a due esponenti del clan dei Casalesi in un’altra società – chiude la Capasso -. Parimenti è stata revocata la certificazione antimafia dalla Prefettura di Roma ad una società i cui amministratori, formalmente e di fatto, sono stati arrestati per associazione mafiosa insieme ad altri componenti del clan Emanuello del nisseno”.