Società inglese chide autorizzazione per procedere a ispezioni sismiche lungo l’Adriatico alla ricerca di petrolio

La richiesta per ispezioni sismiche nel mare Adriatico con la tecnica dell’airgun e alla ricerca di petrolio è stata avanzata, il 5 Agosto scorso, al Ministero dell’Ambiente, dalla società inglese Spectrum Geo LTD. Si tratta di due concessioni in giacenza al Ministero, la d1 BP SP e la D1 FP SP, e spiccano per la loro estensione territoriale: oltre 30 mila chilometri quadrati lungo tutta la costiera Adriatica, da Rimini fino a Santa Maria di Leuca, investendo dunque Emilia Romagna, Marche, Abruzzo, Molise, Puglia, a circa 25 chilometri da riva.

Lo rende noto la ricercatrice d’origine lancianese, Maria Rita D’Orsogna che lavora in California, da anni impegnata nelle battaglie di petrolizzazione lungo le coste abruzzesi.  “Le ispezioni sismiche si eseguono tramite violentissimi spari di aria compressa rivolti verso i fondali marini – spiega la D’Orsogna -. Le onde riflesse forniscono informazioni sui giacimenti di idrocarburi nel sottosuolo. Numerosi studi scientifici mondiali attestano la loro estrema dannosità per le specie marine: gli spari airgun possono causare spiaggiamenti, lesioni, morte di cetacei, pesci e specie bentonitiche anche a centinaia di chilometri di distanza dal punto di impatto. La Spectrum è una società a responsabilità limitata che intende commercializzare i suoi dati a ditte straniere. Data l’entità del  progetto e la vicinanza alla riva delle ispezioni sismiche, il rischio a cui si va incontro è di avviare un irreversibile processo di petrolizzazione dell”Adriatico intero con pozzi e infrastruttura petrolifera lungo il litorale, rischi di subisdenza, scoppi, perdite di petrolio, deturpazione del paesaggi, stravolgimenti della qualità della vita e pochissimi benefici per i cittadini italiani. Il mare Adriatico è un mare fragile, chiuso, con lenti ricambi di acqua, già sottoposto a decine e decine di concessioni petrolifere avanzate lungo la costa dei Trabocchi, alle isole Tremiti, in Salento, lungo la riviera emiliana e marchigiana, da parte di ditte straniere che ripetutamente affermano ai loro investitori che trivellare in Italia è facile ed economicamente conveniente. Lo stesso scenario si ripete nel mar Ionio e in Sicilia. Esortiamo il Ministero dell’Ambiente, la classe dirigente delle regioni interessate a farsi portavoci delle preoccupazioni dei cittadini e di attivarsi per leggi che proteggano maggiormente il nostro patrimonio ambientale comune. Occorre una visione lungimirante anche per il mare Adriatico e di leggi che lo proteggano dalle trivellazioni selvagge, coinvolgendo anche le comunità costali della ex-Yugoslavia e con l’interdizione di nuovi pozzi petroliferi su tutta la sua superficie.
L’Adriatico non è il golfo del Messico, ma il mare degli italiani. Merita di essere protetto per il godimento delle generazioni presenti e future e non venduto al miglior offerente straniero in cambio di pochi spiccioli”.

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