I magistrati a caccia della prova certa per incastrare Parolisi

I magistrati teramani, che indagano sull’omicidio di Melania Rea a Ripe di Civitella, vanno a caccia della prova certa per incastrare definitivamente Salvatore Parolisi. Sono quasi certi, stando almeno a quanto finora raccolto, che a uccidere Melania Rea, a Ripe di Civitella, il 18 aprile scorso, sia stato il marito, caporalmaggiore dell’esercito. Vero, tanti indizi fanno una prova, le bugie dell’unico indiziato sono state tante, ma l’elemento che darebbe la svolta definitiva all’inchiesta, al momento, non c’é. Un balletto di supposizioni alimentano i moventi: prevale quello passionale, ma gli altri, quelli che conducono dritti alla caserma Clementi di Ascoli Piceno, che nasconderebbe chissà quale segreto, non sono affatto da scartare. C’è sempre in piedi l’ipotesi che Salvatore sia stato complice dell’omicidio della moglie e ci sono pure Valter Biscotti e Nicodemo Gentile, pronti a dar battaglia per dimostrare l’assoluta estraneità del loro assistito. Dunque, si procede di nuovo alla verifica di ogni testimonianza, in attesa che arrivino gli esami dei Ris. Ieri, per quinta volta, era toccato Alfredo Ranelli, il proprietario del chioschetto di Colle San Marco, interrogato per circa tre ore. A lui, ritenuto un teste chiave, Parolisi denunciò la scomparsa della moglie quel 18 aprile e l’unico che confermò la presenza del caporalmaggiore e di Melania alle altalene. Versione, per la verità, modificata in altre deposizioni.

La presenza o meno di Melania su Colle San Marco, è fondamentale. Per questo i magistrati avrebbero chiesto a un esperto di verificare l’attendibilità dei cani molecolari che, il 18 aprile, durante le ricerche della donna, fiutarono le sue tracce, dalla zona delle altalene fino al monumento ai Caduti e da qui a una roulotte. Per la difesa è la prova che Melania era dove Salvotore ha sempre raccontato. Già, ma a che ora? Per questo oggi, a Teramo, è arrivata Vittoria Garofalo, madre di Melania Rea. La donna, è stata sentita quale persona informata sui fatti. E’ arrivata in procura alle 9.30, accompagnata dal figlio Michele, a bordo dell’auto condotta dal cognato, Gennaro Rea. La Garofalo è uscita poco prima delle 14.30, abbracciata al marito Giuseppe, dopo quattro ore di colloquio. Visibilmente provata dalla mattinata e dal rievocare gli ultimi contatti con la figlia prima del suo assassinio. Ha pronunciato soltanto un ‘sono stanca’ e si è lasciata andare in un pianto liberatorio. “Per noi è sempre un dolore tornare in questi posti dove prima facevamo dei bei viaggi perché venivamo a trovare Melania in vita – ha detto il fratello della vittima, Michele. I Rea hanno fatto rotta verso Somma Vesuviana, senza recarsi al bosco di Ripe di Civitella dove lo scorso 20 aprile fu ritrovato il cadavere di Melania. “È stata una giornata molto impegnativa e dolorosa – ha detto sempre Michele -. Con calma ci andremo da soli”. Quanto al contenuto del colloquio con i pubblici ministeri Davide Rosati e Greta Aloisi, dinanzi ai quali Vittoria Garofalo ha parlato per la prima volta, c’è massimo riserbo anche dell’avvocato di parte civile, Mauro Gionni. Il solo Michele Rea ha ipotizzato quanto la madre ha potuto e dovuto riferire ai magistrati, soprattutto riconfermare quanto si erano dette lei e Melania al telefono poco prima che la mamma 29enne scomparisse: “L’ultima telefonata la conosciamo tutti, Melania dice che va tutto bene, ‘dopo andiamo a fare una passeggiata a San Marco con Vittoria”. Ma per la procura Melania a San Marco non c’è arrivata mai, perché è morta prima.

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