I repubblicani ricercano l’unità

L’identità repubblicana è in questi giorni al centro di un dibattito rovente, appassionato, disinteressato, che sgorga come una sorgente dagli angoli più lontani d’Italia, si perde in mille rivoli che attraversano il Paese, scuote le coscienze di uomini e donne perbene, dà voce agli onesti. E’ un dibattito che resta interno ed interessa una piccola minoranza: ma i repubblicani lo perseguono con la fierezza ed il cuore di una questione vitale, indifferenti come sempre alla dura esiguità dei numeri, attenti ai propri doveri di cittadini, preoccupati per il futuro dei giovani e dei più deboli. Nel perseguire tali nobili obiettivi, questi uomini e queste donne leali e coraggiosi, quali sono i repubblicani, a tratti perdono di vista la prospettiva e mostrano l’antitesi dei propri pregi. Sono anche uomini e donne testardi, individualisti, per loro natura ribelli ad ogni forma di aggregazione utile alla causa.

Si dovrebbe fare un passo indietro ed ascoltare le voci da lontano, guardare questo prezioso ventaglio di intelligenze e pensieri come se si fosse spettatori, per coglierne il senso profondo e farne tesoro e patrimonio da spendere per crescere nella società civile, che sempre ci guarda attenta.

Pur se nell’immediato è in questione la linea politica del Partito, il passo indietro, lo sguardo senza pregiudizi consente infatti di capire che la questione centrale è una questione, appunto, di identità, e di rappresentanza di tale identità dentro il Partito.

L’occasione è stata data dallo scontro tra due personalità che i repubblicani hanno scelto come propri rappresentanti. Anche questo scontro – più che politico – appare profondamente umano, intriso di sentimenti contrastanti, drammatico, per certi versi tragico, nel senso più proprio della parola. Lasciando da parte le persone di Giorgio La Malfa e di Francesco Nucara, è essenziale comprendere i ruoli che entrambi svolgono, le “maschere” della tragedia che in una prospettiva di “rappresentazione” essi ci mostrano e, da repubblicani quali sono, portano su di sé impregnandole della propria carne e del proprio sangue senza riserve.

Volendo deliberatamente distogliere lo sguardo dal contrasto politico contingente, la vera dignità del duello – perché di questo di tratta e nel senso più nobile – sta nella contrapposizione tra due dimensioni etiche. Da una parte, l’etica del progetto, anche utopico; della preveggenza che si spinge fino al sogno, rappresentata mirabilmente da Giorgio La Malfa e dalle sue splendide metafore ammalianti, dalle quali tutti ci siamo lasciati trasportare. Dall’altra l’etica della fedeltà, del rispetto della parola data, della solidità che solo il territorio può dare, che Francesco Nucara ha coltivato come il bene supremo fino alle estreme conseguenze, richiamandosi a quell’edera fedele che palpita nei cuori di tutti noi. In sintesi, da una parte il futuro, per il quale la storia è un impaccio, dall’altra il passato, che nella radici trova la propria forza.

Ciò che non torna è che si tratta di una contrapposizione tra due valori supremi di per sé non contrastanti, che possono e devono invece trovare nel presente – dimensione, questa, scomoda e trascurata nella rappresentazione del duello – una composizione. Ciascuno di noi repubblicani si schiera dall’una o dall’altra parte, perdendo di vista la necessità di ricomporre nella propria inconfondibile identità entrambe le prospettive. Non si è repubblicani senza il sogno di un futuro migliore, non si è repubblicani senza l’orgoglio del proprio passato e la fedeltà alla parola data. Ma sia il sogno progettuale che la fedeltà orgogliosa devono trovare il limite invalicabile della ragione: il progetto non può disperdersi in una rischiosa deriva, la fedeltà non può degradare a cieca ubbidienza.

La ragione è analisi, riflessione, comprensione, calma, pazienza, tenacia, lucidità. Noi repubblicani dei mille rivoli dobbiamo richiamare i nostri rappresentanti alla ragione: è questo il nostro esclusivo compito. E la ragione, che è anche quella volontà che tutto può, deve ricondurci all’interno della casa comune, che è il nostro Partito. Dentro quello scrigno che per secoli è stato capace di contenere e proteggere il tesoro inestimabile di un’umanità pulita, onesta, coraggiosa, leale, occorre che si ritrovi la forza per uscire dalla crisi liberatoria di nuovo fieri della nostra identità.

Tanti anni fa Giorgio La Malfa usò di fronte ad un folto pubblico la metafora della navigazione a vela. “Il partito”, ci disse, “è oggi come una barca legata all’ancora quando il vento favorevole comincia a spirare. Il vento si è levato, amici, è ora di tagliare i lacci, di levare l’ancora e di spiegare le vele del Partito Repubblicano verso il mare aperto”.

Non lasciamo che il vento si plachi, non guardiamo distratti intorno e dietro di noi. Guardiamo avanti, ad un’Italia migliore. Ancora e ancora per generazioni orgogliosi di noi e del nostro glorioso Partito.

Daniela Memmo


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