Le processioni del Venerdì Santo/ Chieti

Un vecchio adagio chietino recita “Lu jorne ca nen esce la prucissione lu diavole ha duventate lu padrone”. C’è un legame indissolubile tra Chieti e la sua Processione del Venerdi Santo, qualunque cosa accada il rito deve essere celebrato. Neanche il divieto dei tedeschi nel 1944 poté fermare la processione, che ebbe un percorso abbreviato ma che fu portata a compimento nonostante il pericolo incombente di un rastrellamento. E’ così da più di mille anni e pur cambiando più volte nelle sue forme, la sua natura e’ rimasta sempre la stessa e come scriveva il poeta teatino Renato Sciucchi ” Pe” lu chjtine ch’a’ da sta lundane/ Vinirdi’ Sande è ‘na vera smanije/ ma chì arevè, magare pite e mane/ pure se sta a la Frange o a la Germanije/ Nin vide arivinì tu chissà gende/ magare manche quande v’è Natale/ ma a la Prucissione sta presende/ se non se vò murì de cacche male”. La sua attuale conformazione nacque nel XVI secolo quando fu istituita la Confraternita che ancora adesso la organizza e ne costituisce l’anima, l’Arciconfraternita del Sacro Monte dei Morti, una delle pie associazioni più antiche di Chieti. La Processione inizia al tramonto del giorno di Venerdì Santo, intorno alle 19.30, partendo dalla Cattedrale di San Giustino, ma in realtà inizia ben prima. La mattina della Domenica delle Palme tutti i confratelli e gli aggregati del Sacro Monte si riuniscono nella Cappella della Confraternita, adiacente alla cripta di San Giustino. È un momento di socialità importante, la riunione, finalizzata alla consegna degli abiti, è l’occasione per unire il gruppo in un abbraccio collettivo che commuove tutti, dai più vecchi ai più giovani, destinati ad essere i più eleganti nelle loro marsine settecentesche. Chi vi partecipa vive uno stato di forte eccitazione che arriva anche a forme di accesa esaltazione. Ognuno inizia in quel momento ad abbandonare la sua identità per entrare in un tempo remoto e in una missione tutta collettiva. La mattina del Mercoledì Santo la priora, moglie del Governatore dell’Arciconfraternita, e le mogli dei passati governatori si ritrovano nella cappella per il rito della vestizione della Madonna. La statua viene estratta da un armadio e vestita a lutto. Le donne hanno solo questo spazio, se vogliamo intimo e sacrale ma pur sempre marginale. Saranno una presenza scarsa anche in processione dove la rappresentazione sarà affidata quasi interamente agli uomini. La mattina del Venerdì Santo i sacri simboli della Processione vengono tratti fuori dal deposito della Cripta e collocati nelle navate laterali, fatta eccezione per le statue della Vergine e del Cristo Morto, nascoste allo sguardo della gente nella cappella del Segretariato. Fino alla metà degli anni ’50 le famiglie più titolate di Chieti, dai Valignani ai Martinetti, custodivano per tutto l’anno i simboli che dai palazzi nobiliari raggiungevano San Giustino nella mattinata di Venerdì. Si raccontava ancora fino a qualche anno fa che un barone tra i più blasonati, una sera, impegnato nel Circolo in un’accesa partita di poker si fosse macchiato dell’atto più blasfemo, giocare e perdere il simbolo processionale che apparteneva da secoli al suo casato. Le conseguenze furono drammatiche e l’incauto barone venne colpito da un ictus, così riportavano gli antichi cronisti, che lo costrinse all’immobilità sino alla fine dei suoi giorni. Queste miserie umane, però, non poterono mai oscurare la sacralità del rito che per molti aspetti ha nella sua simbologia il fascino misterioso e enigmatico della Morte. In origine, infatti, era proprio una statua lignea che rappresentava la Morte quella che insieme ad un Gonfalone nero accompagnava Cristo in processione. Poi tra il ‘700 e l’800, fu eliminata e sostituita dai “simboli della Passione”. I “trofei”, così vengono chiamati, sono sette e furono disegnati e realizzati dall’artista teatino Raffaele Del Ponte, che su commissione del Governatore, barone Giulio Valignani, nel 1855 creò appunto i sette trofei: l’angelo, che confortò Gesù nel Getsemani, le lance con le lanterne e il sacchetto dei trenta denari, il gallo del tradimento di Pietro posto sulla colonna della flagellazione con la mano che percosse Cristo, il sasso che ricorda il trono sul quale fu fatto sedere Gesù per essere coronato di spine, il Volto Santo, che riproduce le sembianze del Volto Santo di Manoppello, ed infine la scala, con tutti gli strumenti della crocifissione. Questi sette trofei compongono la Processione e accompagnano i due protagonisti della Santa Rappresentazione, il Cristo Morto, una statua lignea, di scuola napoletana del settecento, e la Vergine Addolorata, statua ottocentesca che indossa uno splendido abito nero con un velo ricamato. Ormai tutto è pronto, a migliaia gli spettatori attendono in piazza e per le vie di Chieti l’uscita della Santa Processione ma …. bisognerà attendere ancora un po’ e pazientare fino a … domani. (1. Continua)

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