La processione del Venerdì Santo a Chieti. Seconda parte.

Al tramonto, le luci, che un tempo venivano spente, si attenuano e vengono accesi i fuochi di pece sui tripodi in ferro battuto, che dal 1850 contornano il percorso dove sfilerà la processione. Intanto nella cattedrale, terminata, alle 19, la Sacra Funzione, i 160 elementi del coro intonano il maestoso Miserere, composto nel 1767, dal teatino Saverio Selecchy, musicista di cappella del Duomo. Quando I tenori, i baritoni e i bassi, accompagnati da un orchestra di archi con 100 violini, in un canto proveniente dalle scaturigini del tempo e dalla profondità più recondita dello spirito, rivolgono al Cristo Morto la frase della Vulgata “Miserere mei Deus, secundum magnum misericordiam tuam”, l’emozione più intima e struggente pervade tutti i presenti, gli occhi diventano lucidi e un brivido percorre la schiena e attraversa i cuori. “Abbi pietà di me …cancella la mia colpa”, si alza in cielo il canto del dolore, gli uomini chiedono la grazia e il perdono a Dio. È forse questo uno momenti più suggestivi dell’intera Sacra Processione. Poi un silenzio irreale e doloroso apre l’inizio del corteo funebre. “A prime a tutte lu Standarde nere./ Filice lu stagnare què le porte:/ e ci sta retrattate, pare vere,/ nu pare d’usse e ‘na cocce de morte./ Lu Monte di li Murte areppresende,/ cha tante je fa, queste, ‘mbrissione;/ ma se ‘n se ne scurdese ch’ella gende/ sicuramente se campasse bone;/ pecchè se pensesse ch’a stu monne/ ci steme sole ogge e nò dumane,/ ‘n ce s’accedesse a fa soldi a zuffone/ (che dope le scialacque chi rimane)”. Sfilano a passo lento le Compagnie, portano in mano croci, lampiunarije e cannele, e con i loro cappucci spaventano i bambini che si nascondono dietro le madri. “Mo passe l’Angele …/ e dope ve la Scale, sta vicine;/ la Brocche de Pilate, la Cammicie,/ lu Halle, la Curone di li spine./ E la Prucissione a piane a piane/ intante zitte-zitte s’alluntane …”. Il corteo si snoda lungo corso Marrucino e gli assi ortogonali diretti da nord a sud e da est a ovest, disegnando col suo cammino una croce sulla città. Ogni finestra, ogni balcone, ogni strada trabocca di gente, “Nen sacce da dò ascite ‘stu pienone!”. Sfila la Croce, pesantissima, perchè “sta fatte ‘n masse tutta noce” e ai piedi i due motivi del sacrificio di Cristo, il serpente del peccato originario e il cranio di Adamo, il primo peccatore. Infine l’ultimo dei simboli, ai fedeli viene presentato il volto di Gesù, trasfigurato dal martirio. Si avvicina il momento più toccante. I coristi intonando il Miserere annunciano il Cristo Morto, una straordinaria scultura lignea del ‘700, adagiata su un catafalco barocco e scortata dai Fratelli del Sacro Monte dei Morti. Al passaggio tutti si inginocchiano e pregano. “Passe lu Criste! Pijghe li jnucchje,/ e circhije perdone pe lu peccate!/ Pe’ la vergogne n’a d’avezà l’ucchje/ a Chille che pe’ te fu flaggellate”. Il silenzio è assoluto, la musica è cessata di colpo e si avvertono solo i passi dei Fratelli, che sfilano severi e assorti nelle loro tuniche nere, spezzate dal giallo delle mozzette che indossano. “Appresse – arriva – la Madonna Addulurate”, la statua più amata di tutta la processione. Il suo volto è pieno di dolore, le sue braccia sono irrigidite e tese dalla sofferenza, nella mano sinistra stringe un fazzoletto, “Va vistiate tutte nere,/ … Ci vide ‘n facce lu dolore vere/ de ch’ella mamme che nen piagne forte”. Un tempo i bambini che non avevano compiuto ancora un anno di vita venivano alzati e presentati alla Madonna che passava perchè la Madre di Dio li benedicesse e li facesse crescere sani. Era inoltre usanza che i neonati fossero fatti uscire per la prima volta per le vie del centro proprio il giorno della Processione, perché così facendo i piccoli non si sarebbero ammalati. È notte e Il Sacro Corteo sta ora rientrando nella Cattedrale, “Vulesse scrive ancora sopra a Queste,/ pi dice quant’è belle stù munente;/ ma nen le pozze fa, ca’ troppe aleste/ lu core a mè me sbatte: so credente”. (2. Fine)

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