Caso Aiello, l’Anm abruzzese solidarizza con i giudici del Tribunale di Sorveglianza de L’Aquila

La Sezione Abruzzo dell’Associazione nazionale magistrati ha ‘espresso solidarietà ai colleghi del Tribunale di Sorveglianza di L’Aquila, per le non condivisibili critiche di una loro decisione, apparse sugli organi di stampa nazionali”.

L’intervento dell’Anm si riferisce alla vicenda del 23 marzo scorso, quando fu scarcerazione Michele Aiello da parte del tribunale aquilano. Aiello, ex manager della sanità, aveva ottenuto in alternativa, la detenzione domiciliare nella sua casa di Bagheria per gravi motivi di salute. L’imprenditore, stava scontando nel carcere di Sulmona una condanna a 15 anni e sei mesi per associazione mafiosa, corruzione continuata e truffa aggravata.  Coinvolto nella stessa inchiesta che ha portato alla condanna per favoreggiamento dell’ex governatore siciliano Salvatore Cuffaro (foto a sinistra), è ritenuto strettamente legato al boss Bernardo Provenzano. Secondo gli inquirenti, avrebbe potuto contare in tutto l’arco della sua attività imprenditoriale, nata nel settore edile e poi ampliatasi in quello della sanità, su una sostanziale situazione di monopolio assicurata dall’appoggio dei vertici di Cosa nostra, che avrebbe anche investito ingenti somme di denaro nelle sue aziende. Già in fase di custodia cautelare le precarie condizioni di salute gli consentirono la scarcerazione.

“La critica ai provvedimenti giurisdizionali recita la nota dell’Anm – non può prescindere da una completa ricostruzione dei fatti, per non rischiare di fornire all’opinione pubblica una visione distorta della vicenda processuale, così come accaduto. A prescindere dal merito della decisione adottata dal Tribunale di Sorveglianza, eventualmente oggetto di ulteriori verifiche nelle sedi competenti, la Sezione manifesta ai colleghi la piena solidarietà per le modalità con cui il loro provvedimento è stato fatto oggetto di pubblica censura”, chiude la Giunta distrettuale Anm”.

Le critiche si erano levate in quanto Aiello, affetto da favismo, e quindi i troppi legumi (fave, piselli, minestrone) nel regime alimentare del carcere rischiavano di aggravare le sue condizioni. “Il vitto carcerario non ha consentito un’alimentazione adeguata del detenuto, risultando dal diario nutrizionale la presenza costante di alimenti potenzialmente scatenanti una crisi emolitica e assolutamente proibiti – avevano motivato la loro decisione i giudici del Tribunale di Sorveglianza presieduto da Laura Longo dopo un anno di detenzione a Sulmona. E questo era bastato ad accendere la polemica. In molti avevano sostenuto che sarebbe bastato cambiare il menù, la dieta o valutare la possibilità di un trasferimento in una struttura penitenziaria in cui si potessero curare i suoi problemi di salute.

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