I test del dna scagionano i macedoni

Nessuna traccia di dna di saliva trovata sulla giacca di Melania Rea, che non apparteneva al marito, Salvatore Parolisi, è compatibile con quello dei tre operai macedoni che, nei giorni scorsi, si sottoposti volontariamente al prelievo.

E’ questo il risultato di un primo test eseguito dai Ris di Roma, che quindi scagionerebbe i tre operai che il giorno della comparsa della mamma di Somma Vesuviana erano al lavoro in un cantiere edile a Colle San Marco.

Allora come negli ultimi giorni, loro si sono sempre professati innocenti: non figurano nemmeno nel registro degli indagati perché sulla loro posizione erano state svolte, nei ore successe alla morte della mamma di Somma Vesuviana, controlli accurati che avevano dimostrato l’assoluta estraneità al delitto. Gli accertamenti erano stati richiesti dalla Procura della Repubblica di Ascoli. C’erano state una serie di perquisizioni ed indagini scientifiche nel luogo di lavoro, nelle loro case e nella macchina di uno dei tre e la Procura aveva archiviato la loro posizione. Atti necessari perché il cane molecolare che venne portato a Colle San Marco per ricercare la donna, nel fiutare le tracce di Melania, si fermò davanti alla Fiat Bravo appartenente ad uno dei tre Macedoni. Quella macchina fu poi passata al setaccio dai Ris senza alcun risultato e la conclusione, avvalorata anche da una superperizia eseguita allora da un esperto, fu che il cane non era da considerare affidabile. Non solo: la sentinella che il 18 aprile era nel bosco, dove si tenevano delle esercitazioni militari, aveva dichiarato in sede d’interrogatorio – confermandole nell’ultima udienza al tribunale di Teramo -, d’aver visto più volte transitare quell’auto. Nonostante quegli accurati accertamenti che hanno escluso qualunque coinvolgimento, i tre sono tornati nel caso, che vede come unico imputato il caporalmaggiore del 235° Battaglione Piceno. A disporre gli esami del dna è stata il giudice per le udienze preliminari del Tribunale di Teramo, Marina Tommolini, nell’udienza del 30 marzo scorso e in quella udienza ha disposto la loro audizione per il prossimo 30 maggio.

Nel processo indiziario intentato nei confronti del marito di Melania, che prevede reati gravissimi, il giudice Tommolini non vuole lasciare nulla al caso. Ha richiesto una super perizia, che inizierà l’11 maggio, per arrivare a stabilire l’ora della morte di Melania, anche senza conoscere la temperatura corporea al momento del ritrovamento il 20 aprile scorso, da parte del medico legale che arrivò sul luogo del delitto.

Intanto, mentre il  luogo del bosco di Ripe di Civitella dove è stata accoltellata Melania, è stato trasformato in un piccolo santuario alla povera donna, il sindaco di Ripe, Gaetano Luca Ronchi , annuncia che in quei luoghi sarà realizzato un parco-avventura per bimbi e famiglie. “Si tratta di un project financing per il quale ci sono imprenditori interessati ad investire — afferma Ronchi —. Sarà un Parco-avventura in cui non verranno autorizzate colate di cemento ma sarà arredato nel pieno rispetto dell’ecosistema locale. Solo strutture ludiche ed attrezzature in legno, compatibili con il contesto ambientale circostante. Intorno all’iniziativa (il cui costo si aggira attorno ai 100mila euro) c’e’ molto interesse. Verrebbero così posizionati ponti sospesi, corde ginniche e tutto quanto renda l’area verde fruibile ai bambini ed alle loro famiglie”.

Un annuncio che ha destato subito reazioni alle quali replica il primo cittadino: “Il bosco di Ripe è molto esteso: parliamo di svariati ettari e ovviamente il progetto del parco verrebbe realizzato in un’altra zona. Ad una congrua distanza dal luogo dell’omicidio di Melania. Abbiamo un sentimento di rispetto verso i defunti — prosegue — e abbiamo anche consentito alle persone di venire qui per ricordare questa giovane donna uccisa. Non ci sono ordinanze di divieto: solo durante l’estate per pericolo di roghi abbiamo sbarrato l’entrata alle auto”.

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