Cadranno le Province di Pescara e Teramo sotto la scure del decreto Salva Italia?

Quando nacque il Regno d’Italia, nel 1861, le Province esistenti erano 59. Quando troverà applicazione la disposizione categorica, contenuta nel decreto Salva Italia, che trasferisce a Comuni e Regioni le funzioni oggi attribuite alle Province, dalle attuali 107 (fatta eccezione per la Valle d’Aosta e le Province autonome di Trento e Bolzano) si passerà a 54. Dovrebbero sopravvivere, in Italia il condizionale è d’obbligo, soltanto le Province capaci di soddisfare due dei seguenti tre requisiti: almeno 3.000 chilometri quadrati di superficie, una popolazione totale superiore a 350 mila abitanti e più di 50 Comuni presenti nel territorio. In deroga verranno salvate i capoluoghi di Provincia che non hanno questi requisiti, come Venezia, Ancona, Trieste e Campobasso. Altre dieci province spariranno quando saranno istituite le città metropolitane, cioè la stessa Venezia e poi Roma, Milano, Torino, Genova, Bologna, Firenze, Napoli, Bari, Reggio Calabria. Rendendo esecutivi i criteri di cui sopra sotto la mannaia di Monti scompariranno in Toscana tutte le Province tranne Firenze. Cosa diranno pisani e livornesi costretti a convivere insieme? In Emilia Romagna solo le provincie di Bologna e Parma continueranno a vivere. Quale sarà la reazione dei lodigiani e dei brianzoli nuovamente accorpati a Milano? E in Abruzzo? Come la prenderanno Pescara e Teramo cancellate in un sol colpo dalla geografia delle province italiane? A sopravvivere saranno solo L’Aquila e Chieti, che possono oggi soddisfare due criteri su tre: popolazione e numero di comuni per la provincia teatina, superficie e ancora numero di comuni per quella aquilana. Gabriele D’Annunzio, che volle fortemente l’innalzamento a rango di capoluogo di provincia della città di Pescara e che l’ottenne grazie ai favori dall’amico Mussolini nel 1927, tornerà sui libri di letteratura ad esser nato in provincia di Chieti? Si direbbe oggi il Vate offeso da tale affronto ragionieristico? Si metterebbe alla testa di qualche movimento campanilistico o antigovernativo? O tempora o mores, temiamo che Monti non presterebbe neanche un minuto del suo prezioso tempo per ascoltare le ragioni dell’immaginifico. Oggi più di ieri Il tempo è denaro!

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