C’era una volta l’Abruzzo: la festa dei Manoppi

“Gire la cote, gire la cote” cantavano i braccianti che arrivavano ai primi giorni di luglio nei paesi d’Abruzzo per la mietitura, assoldati dai capifamiglia che non avevano lavoratori a sufficienza per falciare il grano e trebbiare. La cota era la pietra utilizzata per affilare le “sarrecchie”, le falci, che erano di tutte le dimensioni, da quelle più piccole per bambini a quelle più grandi per uomini forti e prestanti. All’alba i mietitori aspettavano in piazza i caporali o “li padrune”, che avrebbero scelto “li cchiù giuvene e furte”. Si contrattava il prezzo della giornata, che sarebbe durata fino al tramonto, e poi subito in campagna. Ci si inginocchiava, si pregava e poi, prima di iniziare, veniva offerta a tutti i mietitori la prima colazione: “pane e picurine”, “ lu caplumme”, la lonza preparata e stagionata proprio per la mietitura, la “spalluccia”, “la vintricina” a fette, patate fritte, “li faggiuline nche la pummadora” e tutto quello e che “la case cacceve”, cioè che era prodotto dall’orto. I mietitori, “facce nire cume lu carevone” e torsi coperti da maglie di lana di pecora, lavoravano cantando e i campi risuonavano di cori, perchè il canto scandiva il ritmo del lavoro. “Amore, amor acciuccame ‘ssu rame, fammele cojie a mé ‘ssu belle fiore. Amore, amore ne me fa’ l’inganne damme ‘na rose ‘nghe tutte li fronne. Amore, amore ne me ne fa’ tante so’ piccirelle e le raccont’a mamme”. Canto dopo canto ci si sfidava a chi arrivava “pi prime a lliò”, alla fine del campo, o a chi “arisceve a legà lu manoppj più gross”. Chi vinceva  aveva per premio “la gloria “, che lo onorava per tutta la mietitura e per la stagione successiva. Li mije, i migliori, erano prenotati per l’anno successivo.  A mezzogiorno arrivava la padrona “nghe la canestra n’cocce”, che, aiutata dalle figlie, serviva il pranzo sotto l’ombra di un albero: sagne con il sugo di ragù, la frittata, i peperoni fritti, pane, vino e acqua. Si mangiava, si raccontava dei propri fatti, del proprio paese, qualcuno faceva una “pennichella” in attesa di riprendere la fatije. Poi si tornava al lavoro e a fine giornata, a sera, “ li manoppjj”, i covoni “ attaccati” erano accatastati gli uni sugli altri in tante piccole “oppie”, mentre “li bardisce e le femmine” raccoglievano le spighe che erano sfuggite dai covoni. Sull’aia, ogni famiglia componeva un’ “oppia”. Più l’oppia era grande, “cchiù la famije ere ricche”. Con l’’oppia si misurava l’opulenza delle famiglie. Si tornava a casa per la cena, i mietitori si rinfrescavano ed erano invitati a tavola “da li padrune”. Al fresco della sera si tornava a raccontare storie di paesi lontani, che i braccianti avevano visto sempre mietendo e qualcuno con il dubotte improvvisava una melodia un po’ nostalgica che distendeva la tensione della fatica, prima di ritirarsi a dormire nei pagliai. L’indomani prima dell’alba tutti erano pronti per una nuova giornata di lavoro nei campi. Iniziava a questo punto la trebbiatura. Gli asini “girevene tonne tonne su li manoppjj”, fino a quando il grano si staccava dalla spiga. Dopo legati gli asini, si “ventileje” utilizzando “li furcicone”. Quando il grano era liberato dalla “cama” e dalla paglia, si ”conciava”. Il grano così pulito era raccolto “ni li sacchette” e si riponeva in una stanza asciutta della casa. In seguito arrivava “lu criveje” che nel cortile di casa completava la pulizia del grano, che era conservato almeno per un mese. Poi si poteva portare al mulino dopo averlo bagnato il giorno prima. Così era pronta la farina per fare un buon pane o una pizza profumata o li taccunelle bbone. Con l’industrializzazione dell’agricoltura tutto questo è sparito, inghiottito nell’oblio e trasformato in un processo meccanizzato sempre più anonimo e lontano dall’identità culturale contadina. Resta qualcosa? Forse sì!  Nel secondo sabato e nella seconda domenica di luglio a Colonnella, si celebra la festa dei Manoppi. Oggi la festa ha il suo momento culminante nella processione della domenica, quando si porta per il paese la statua della Madonna ma fino alla metà del secolo scorso l’elemento più caratterizzante della festa consisteva proprio nella sfilata di carri variopinti trainati da buoi, che trasportavano i manoppi, i covoni di grano. I proprietari terrieri gareggiavano ne Le carrate e vinceva chi realizzava il più bello tra i carri in parata.  Ultimamente quest’usanza è stata parzialmente reintrodotta, anche se con modalità differenti da quelle tradizionali. L’augurio è che ritrovi presto lo spirito di un tempo.

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