Riorganizzazione delle province, tante ipotesi e nessun progetto concreto

La scadenza del 2 ottobre s’avvicina. Per quella data, infatti, sul tavolo del Governo dovrà arrivare una decisione sul riordino delle province abruzzesi. Ma la situazione, al momento, è tale che si dovrà ancora lavorare per cercare una sintesi soddisfacente. Oggi, infatti, a L’Aquila, è arrivata la fumata nera e il voto che ci aspettava dal Consiglio delle Autonomie Locali non c’è stato. Anzi.

“Abbiamo ritenuto giusto rinviare la votazione – ha dichiarato il Presidente del CAL, Antonio Del Corvo – per arrivare ad una soluzione che rappresenti una reale alternativa alle disposizioni del Governo, certi di presentare una proposta adeguata alle istanze dei territori”.

La ragione del rinvio va ricercata nel fatto che molti dei sindaci presenti nell’aula del Consiglio regionale hanno mostrato le loro perplessità e  la volontà di aspettare per arrivare ad una decisione adeguata. Ci sono ancora posizioni divergenti, come quella del presidente della Provincia di Teramo, Valter Catarra. “Non voterò alcuna proposta che finisce per penalizzare solo la provincia teramana – ha detto – all’interno del Cal le posizioni sono ancora molto lontane e non posso che ribadire che l’unica scelta che mi farà retrocedere dalla volontà di presentare ricorso al Tar è una soluzione unitaria che guardi al futuro dell’Abruzzo nel suo complesso e che rappresenti una sintesi nobile e sensata rispetto alle volontà e alle esigenze di tutti i territori provinciali”.

Questa la posizione di Teramo. E che vi siano ancora visioni ben lontane da una scelta unitaria  lo conferma il sindaco Luigi Arbore Mascia. “Allo stato attuale abbiamo sul Tavolo del Cal una miriade di proposte, tutte tese a tutelare l’autonomia delle singole Province attualmente esistenti: alcuni Comuni del teramano hanno chiesto di accorpare Pescara con Chieti, e garantire l’indipendenza di L’Aquila e Teramo; alcuni Comuni chietini, di contro, hanno chiesto di accorpare Pescara con Teramo, difendendo l’indipendenza di L’Aquila e Chieti. A questo punto Pescara è l’unica a non aver fatto demagogia, mettendo da parte ogni possibile campanilismo, e ad aver avanzato una proposta lungimirante, concreta, razionale e soprattutto in linea con la Spending Review che impone la conservazione di sole due Province e non 3 né 4. Quello che forse non è stato ben chiarito – sottolinea il primo cittadino del capoluogo adriatico- è che, fatta la legge, non ci si deve ingegnare per trovare un modo per aggirarla, ma che quella legge va rispettata, trovando ovviamente il modo migliore per tutelare tutti i territori che, comunque, saranno interessati da una riorganizzazione rivoluzionaria, per evitare una decisione esterna all’Abruzzo, che cadrebbe come un macigno sulla regione. Purtroppo sino a oggi l’Abruzzo non ha avuto la capacità di fare sintesi, come invece sarebbe stato consono e opportuno, e ovviamente Pescara continuerà a difendere la propria ipotesi di accorpamento e di costituzione della Provincia Appennino-Adriatica con la fusione di Pescara con Chieti e Teramo, una proposta che ha una ratio ben precisa. Una soluzione che andrebbe a scongiurare il pericolo di un esodo di massa di decine di piccoli comuni del teramano verso le Marche, paradossalmente più vicine dal punto di vista puramente chilometrico rispetto a L’Aquila stessa. La fusione proposta da Pescara, dunque, darebbe concretamente forza alla costituzione di un unico grande motore d’Abruzzo, capace di portare economie anche a L’Aquila stessa, oltre a rispettare la ratio del provvedimento nazionale stesso”.

Insomma, si nell’oceano delle ipotesi e sullo scherma radar non compare l’approdo. Tanto che la Cgil, ha criticato quanto avvenuto oggi a L’Aquila. “La politica localistica e un poco improvvisata ha avuto la meglio, nell’assenza del governo politico che la Regione avrebbe dovuto svolgere e non lo ha fatto. Certo, occorre ricordare che il tema del riordino delle Province aveva bisogno di una riforma organica, oltre i provvedimenti prodotti dal Governo , privi di una visione d’insieme istituzionale che vada oltre il risparmio. Per questo la CGIL ha chiesto il protagonismo della Regione che, per la propria competenza di  programmazione e di coordinamento  deve definire un nuovo quadro di riferimento che riguardi l’insieme dei servizi pubblici sul territorio e il riassetto delle istituzioni locali sulla base delle loro funzioni, senza sovrapposizioni o centralizzazioni, con limpide titolarità e responsabilità.  La Regione Abruzzo non può ignorare  come e dove si svolgeranno le funzioni già delle province, come si riorganizza l’ offerta dei servizi nei territori.  Pensiamo occorra un riordino delle funzioni che semplifichi e qualifichi i servizi, ma nello stesso tempo li decentri, garantendone la fruizione per le persone. Questo significava e significa ancora non essere deviati subito dal tema confini delle nuove province (con annessi capoluoghi) che sembra invece il prevalente interesse della politica locale. Per noi i temi sono altri: la definizione di un nuovo assetto  regionale che partendo dall’esercizio delle funzioni,  e dalle città della regione,  individui ambiti ottimali di garanzia dei servizi, guardando tutti gli interventi previsti dal decreto;  la garanzia del mantenimento dei servizi alle persone ed ai territori si accompagna con la garanzia occupazionale e di condizioni di lavoro per gli addetti,  anche per i lavoratori precari, valorizzando il capitale umano. Basta pensare al tema “lavoro” così drammatico nella nostra regione, esso va  riassegnato alle nuove province e ridistribuito in zone aggregate intorno alle città, in considerazione della necessità di “non polverizzare” la competenza, se questa passasse semplicemente ai comuni, garantendo la presenza e ampliando la funzione oggi svolta dai Centri per l’impiego. Auspichiamo che invece di “subire” un taglio si cerchi di costruire una occasione per tutta la Regione di riequilibrio territoriale,considerando che sono già molte le iniziative innovative che superano i confini  (basta pensare ai Poli, alle reti..) In sostanza la CGIL ritiene che il ruolo delle nuove Province d’Abruzzo, con compiti minori  rispetto a prima, devono poggiare sull’integrazione dei servizi intorno alle città, anche incentivando processi di fusione dei piccoli Comuni, al fine di raggiungere più coerentemente gli obiettivi regionali comuni di  sviluppo economico, sociale, culturale e tecnologico di tutte le aree del territorio regionale, con il più ampio grado di partecipazione dei cittadini.

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