A Lanciano un regalo di Settembre

Mentre è ancora nell’aria l’eco delle Feste di Settembre a Lanciano, il sabato successivo alla chiusura sono stati incendiati i fuochi pirotecnici per recuperare quelli dell’apertura annullati causa pioggia, facciamo qui un ulteriore passo indietro fino all’8, giornata caratterizzata dal Dono che le contrade fanno alla Madonna, portando grano e altro ancora nella tradizionale sfilata arricchita dai carri. Da alcuni anni l’Associazione Culturale “Il Ponte” prende spunto da questa data per consegnare un premio ad un’opera collegata a Maria.

Il Premio Nazionale Madonna del Ponte, Regina del Popolo Frentano, patrocinato dall’Arcidiocesi e dal Comune, ha lo scopo di diffondere la conoscenza e la devozione dell’illustre Patrona. Il premio interessa ogni anno un linguaggio artistico diverso come ad esempio il Canto, il Teatro e la Poesia. Nella quinta edizione di quest’anno si è scelto il Racconto e tra i numerosi arrivati è stato premiato quello intitolato “Un piccolo regalo” del giovane scrittore di origine lancianese Federico Cervigni. L’avevamo già incontrato in una delle serate al Faro di Aldo Rossi, evento organizzato da Pixie Promotion di Raffaella Tenaglia, avendo modo così di apprezzare la sua scrittura, evocatrice di atmosfere e suggestioni notturne.

Il punto di partenza di questo racconto è ancora la notte, quando un essere sconfitto dalla vita entra di soppiatto in Cattedrale per compiere un furto, un piccolo gruzzolo di denaro che inaspettatamente gli viene quasi offerto dal sacerdote nella sacrestia. Questi è il personaggio a lui inversamente proporzionale, si è messo sotto la protezione di Maria, vera e silenziosa protagonista che muove le sorti della vicenda. Infatti l’iniziale sguardo dall’alto, avvertito dall’estraneo in Chiesa, già preannuncia un’atmosfera di Grazia che si traduce nel successivo incontro con il sacerdote che gli sorride nel lasciarlo andare con i soldi. Quel sorriso egli ritrova in Maria che continua a guardarlo e a cui non riesce più a resistere, capendo che la sua esigenza interiore va oltre quello che ha ottenuto. Vi lasciamo così a questo racconto e arrivederci al prossimo anno!

 “Un piccolo regalo”

di Federico Cervigni

Le chiese di notte sono come il mare d’inverno: posti in cui fai i conti con te stesso. E per lo stesso motivo: quel dannato rumore di non-esseri-umani. Quel rumore che fanno le cose quando nessuno parla, né tantomeno strilla. Se hai una coscienza e la tua coscienza non è in regola, evitali questi posti. Molto meglio. Ora, se sei un ladro a due cose sei abituato: ad avere la coscienza sporca e a frequentare di notte e nel silenzio posti che normalmente sono abitati o frequentati o visitati. Con le chiese però è diverso, non ti ci abitui mai. Sarà suggestione. Sarà che quando ti riduci a rubare in chiesa capisci che sei veramente un fallito.

E succede che ad un certo punto non ce la fai più.

***

La cattedrale, la ricordo benissimo. Qui mi hanno battezzato. Erano molti anni che non tornavo a Lanciano. Anni sprecati a sopravvivere qua e là, a giurare a me stesso che sarei tornato da vincente.

Levo subito le scarpe e scivolo silenzioso, camminando sui calzini tra i banchi vuoti. Quale società può creare un oggetto ideato per metterti in ginocchio? Quale società basa la propria moralità sull’adorazione? Sciocchi.

Avvicinandomi all’altare La vedo. Regina. E Madre. E Donna. Mi ricordo anche di te , sai? E non guardarmi così, con amore! Sei in alto, dunque guardami dall’alto! Quello sguardo non lo reggo. Eppure non lo odio. Non lo reggo proprio perché non posso odiarlo. Quell’amore non fa altro che rimarcare il mio marciume e il mio fallimento. Distolgo lo sguardo.

La porta della sacrestia è un gioco. Entro. I passi sono silenziosi. I soldi sono sempre lì.

Pochi, ma ci sono sempre.

“Chi sei?”.

Non sono solo. Davanti a me c’è un uomo. Un prete. Con un libretto chiuso in mano e uno sguardo che mi stupisce: non ha paura di me. Non rispondo alla sua domanda. sono solo stanco. Stanco.

“Sto pregando. Ti chiedo di non disturbarmi, solo questo. I soldi sono in quel cassetto”. E indica un mobiletto malamente appoggiato a sé stesso, infiacchito dal tempo, che mi da l’impressione di non poterne più. Rimango a fissare l’uomo per qualche secondo, finché non mi da le spalle, si siede e ricomincia a muovere le labbra in un bisbiglio impercettibile.

Poi, fermandosi per un attimo: “non prenderli tutti, per favore. Domani mattina me ne servono un po’”.

Dal cassetto estraggo delle banconote; non le conto. Le stropiccio in mano e ne prendo solo alcune; poi mi giro su me stesso per andarmene. Sperando solo che sia tutto finito.

“Beh! Te ne vai? Ringrazia, quando ricevi un regalo”. Mi fermo e non mi volto. Nemmeno lui si volta. Nessuno di noi ha bisogno di guardare l’altro per stabilire chi sta per uscire sconfitto da questa situazione.

“Grazie”, dico.

“Per quanto mi riguarda non sei un ladro: ti ho regalato dei soldi e tu mi hai ringraziato. La cosa finisce qui. Non sentirti in colpa: vai in pace”.

***

Stringo quei soldi nel pugno e con un’espressione ebete La fisso negli occhi;quegli occhi che mi scrutano il cuore. Il prete non mi ha seguito, non si è nemmeno alzato per chiudere la porta della sacrestia. La guardo da sotto l’altare e Lei mi sorride, come nessuno mi aveva sorriso mai.

Io non lo sapevo che si potesse sorridere così, senza muovere le labbra. Forse noi non lo sappiamo cos’è un sorriso, e quel nostro digrignare i denti che chiamiamo sorridere è solo una contrazione, una smorfia delle emozioni che ci nascono nello stomaco e nel cuore e che fanno sempre un po’ male. Ma Lei, impassibile come il tempo, mi sorride dentro, senza bisogno di ringhiarmi in faccia. E io non so ricambiarlo. Perché la Verità non è mai completamente umana. la Verità è un concetto talmente ampio che è capitato persino a me forse di dirla, di tanto in tanto; ci passa affianco, a volte, e l’accettiamo perché ne percepiamo solo dei brandelli. Ma adesso è lì, davanti a me, unica, perfetta e nuda. E piango, perché il pianto è l’unica lingua con la quale io possa interagire con questa bellezza.

“Sei bellissima, Madre”. Dico, mentre cado in ginocchio. Mentre un cristallo si stacca dal mio occhio e s’infrange a terra. Mentre tutto si spegne e tutto si accende.

– “Vai in pace” –

L’ho sentito? L’ho forse sognato? Forse una voce nella mia testa. Forse un gioco, uno scherzo del vento che mi sibila nelle orecchie. Ma qui non c’è vento, no! È possibile che io l’abbia soltanto immaginato?

E l’anima mi sgocciola dagli occhi, rigandomi il viso, finendomi sulle labbra con quel sapore salato che ha la vita e quello dolcissimo che hanno i regali che, in fondo, non meriti nemmeno e forse per questo non sai vedere. Capire. Come un sorriso nel cuore, una voce che ti parla dentro.

Sei Tu quel regalo, Madre. Per chi, come me, perde da tutta la vita. E chissà quante volte hai sorriso e sussurrato direttamente al cuore di questa città imperfetta di persone imperfette, rendendola un posto migliore. E finalmente, dopo tanti anni, mi viene in mente una parola ormai dimenticata: casa. E la casa è lì, dove una Madre ti sorride e ti dà pace.

Sono a casa questa notte, davanti a Te, in questa chiesa, in questa piazza, in questa città, dove sono tutti figli tuoi e a tutti con amore sorridi, dicendo: “vai in pace”.

Per la seconda volta oggi, ad alta voce, dico “grazie”.

E mi giro e piango e cammino e sono felice, leggero, sereno. E mi volto ancora a sorriderLe mentre mi rinfilo le scarpe, imbarazzato dalla scena un po’ stupida. Lascio i soldi sull’ultimo banco in fondo alla chiesa.

Accenno un segno di croce, che poi diventa semplicemente un saluto. Tiro su con il naso ed esco. Ridendo.

Che a volte un regalo, anche un piccolo regalo, può salvare un’intera vita.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *