Ergastolo per Parolisi

Ha ucciso lui Melania. 

Nell’aula Falcone e Borsellino, il giudice per le udienze preliminari Marina Tommolini legge la tanto attesa sentenza dopo ore di camera di consiglio. E’ una condanna per ergastolo. Il caporalmaggiore dell’Esercito, addestratore di reclute donne nella caserma Clementi di Ascoli Piceno, non è in aula. La stanza dov’era stato condotto dopo la conclusione della udienza è lontana e non fa in tempo ad ascotarla. In aula ci sono i Rea: papà Gennaro assieme al fratello Michele e allo zio Gennaro. A Somma Vesuviana è rimasta a casa la mamma Vittoria assieme alla bimba che, in questo processo, è parte civile. La decisione è importante anche per il futuro della piccola: l’attendono anche i giudici del tribunale dei minori di Napoli per sancire la separazione dalla patria potestà. Il giudice Tommolini ha anche disposto una provvisionale di un milione di euro a favore della piccola Vittoria e 500 mila euro ciascuno per i genitori di Melania. 

Per Salvatore e i suoi difensori, Nicodemo Gentile e Valter Biscotti, è stato il giorno più lungo, della verità. La speranza di poter veder assolto il caporalmaggiore è stata sempre coltivata dai legali di Salvatore: anche oggi, nelle cinque ore in cui hanno arringato in aula la sua innocenza. Le prove certo mancano ma gli indizi, tanti, che conducono a lui come l’esecutore del delitto della moglie Melania c’erano e sono diventati le carte sulle quali i pm Davide Rosati e Greta Aloisi hanno cercato d’inchiodare Salvatore. 

Per un anno e mezzo la partita si è giocata su un terreno difficile. Un processo ‘indiziario’ che ha sempre messo l’uno di fronte all’altro accusa e difesa, colpo su colpo. Nemmeno le perizie disposte per ricostruire quanto avvenuto il 18 aprile 2011 hanno aiutato molto i pubblici ministeri. Anzi, i vuoti lasciati da esami e controlli hanno offerto alla difesa ampi spazi per metterle in dubbio: alla richiesta di ergastolo formulata una settimana fa dalla pubblica accusa, alla quale si associato anche il legale di parte civile, l’avvocato Mauro Gionni, Gentile e Biscotti hanno controbattuto che gli elementi raccolti non dimostrano che sia stato Salvatore a pugnalare la moglie e a infierire sul suo corpo con 35 coltellate. Con le sue bugie, Salvatore ha solo dimostrato di essere un cattivo marito, non un assassino capace d’accanirsi su Melania perché la sua vita, divisa fra Melania e l’amante Ludovica Perrone, era diventata un inferno. Eppoi, a che ora sarebbe stata uccisa la giovane mamma di Somma Vesuviana? E quella traccia di Dna trovata sulle labbra della moglie, l’ultimo bacio prima d’essere ammazzata, per l’accusa, quando sarebbe stata lasciata? – hanno replicato Gentile e Biscotto. 

Insomma, solo ipotesi. 

Eppure si è scavato molto in questi 18 mesi tra le menzogne di Parolisi, senza trovare la prova certa: l’arma del delitto, una macchia di sangue sui suoi indumenti. Nulla. Ma chi aveva interesse a uccidere la giovane se non Salvatore?  E forse non è vero che da lì a qualche giorno sarebbe dovuto andare a conoscere i genitori di Ludovica? – hanno sostenuto invece i rappresentanti della pubblica accusa. Melania, che aveva scoperto quella relazione tanto che Salvatore utilizzava un altro cellulare per parlare con l’amante, era diventata un ostacolo, fastidioso. Dunque, secondo il teorema accusatorio, Salvatore era finito in un vicolo cieco, esasperato e quindi in grado di uccidere in un momento d’impeto.  

Il caporalmaggiore si è sempre detto innocente. Fino a questa mattina, prima che prendesse il via l’ultima udienza: ha sempre sostenuto d’essere stato al Pianoro di San Marco con la moglie sotto il tiepido sole di quel pomeriggio del 18 d’aprile. Melania era con lui e Vittoria. Poi la moglie si sarebbe allontana, facendo perdere inspiegabilmente le sue tracce, mentre lui sarebbe rimasto con la piccola alle altalene. S’ascoltano oltre 50 testimoni e nessuno conferma la versione di Salvatore. Certezza che i Parolisi fossero nel parco non viene nemmeno dall’esame delle cellule telefoniche che coprono quell’area. Poi il ritrovamento del cadavere, due giorni dopo, nel bosco di Ripe di Civitella, posto ben conosciuto da Salvatore. Lì s’addestrano le reclute del Rav di Ascoli, lì, qualche settimana prima, si sarebbe appartato con la moglie per far l’amore, vicino a quel piccolo rifugio in legno dove Melania è stata trovata morta. 

Quando viene scoperto, il corpo della mamma è crudelmente vilipeso, “per depistare le accuse da sé – diranno i pm nella loro requisitoria. Un castello accusatorio che ha convinto il gup.

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