Sale la cassa integrazione e la sfiducia degli imprenditori. Mai così male l’industria abruzzese

Solo l’export, in confronto al dato nazionale, è tra le voci positive, si fa per dire, del Rapporto semestrale di Confindustria, promosso dal centro studi dell’Associazione Industriali e presentato stamani a Chieti. Dalle altre voci arrivano solo notizie davvero allarmante per la nostra regione, un quadro che fa aumentare la sfiducia nelle aziende -6,8% rispetto al mese di giugno del 2011, e dei consumatori -17,0%.

L’Abruzzo si caratterizza per un ulteriore saldo negativo di – 305 tra iscrizioni e cessazioni di aziende manifatturiere nelle Camere di commercio delle quattro province. A ciò si associa un tasso di disoccupazione tornato a crescere del +3% nel primo semestre. Aumento del numero di ore di Cassa Integrazione Guadagni ordinaria e Straordinaria.

In un simile pesante contesto economico la situazione viene ulteriormente peggiorata dal calo delle esportazioni (-4,8% rispetto al I semestre del 2011), dato in totale controtendenza rispetto al valore nazionale ed a quello del mezzogiorno. Sul piano dell’innovazione, si registra una tendenziale tenuta dell’inversione di tendenza nelle richieste di brevetti presentate al sistema camerale regionale che crescono di poco più del 18%. Numeri che in sostanza sono simili a tutte e quattro le provincie solo nel teramano esiste un leggero segno positivo proprio sull’esportazione.

La demografia aziendale mostra un saldo negativo per le sole aziende manifatturiere di -305 unità, che va ad aggiungersi a quello di -137 unità del semestre precedente e a quello di -251 registrato alla fine del semestre ancora precedente.

Una crisi, quindi, duratura e, tra l’altro, aggravata dai provvedimenti messi in campo con rigore dal Governo Italiano per cercare di contrastare gli effetti del deficit pubblico. “Confindustria”, si legge nella nota del rapporto semestrale, “sostenendo e reclamando da tempo la necessità di adeguate politiche di rigore, propone con forza, però, che queste siano accompagnate anche da politiche e piani di sviluppo adeguati e necessari a sostenere il tessuto produttivo e, con esso, i livelli occupazionali. In particolare non sono più pensabili politiche di rigore che finiscono sempre di più nel colpire i consumi e le imprese”.

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