Milia: “Anziché perseguire i fatti si è perseguito D’Alfonso”

E’ prevista per lunedì prossimo, 11 febbraio, la sentenza per il processo relativo all’inchiesta ‘Housework’ su presunte tangenti negli appalti pubblici al comune di Pescara.

L’udienza di oggi davanti al tribunale collegiale è stata caratterizzata dall’arringa difensiva dell’avvocato Giuliano Milia, legale dell’ex sindaco, Luciano D’Alfonso, uno dei 24 imputati. L’ex primo cittadino deve rispondere di corruzione, concussione, tentativo di concussione, associazione per delinquere, appropriazione indebita, truffa e peculato.

Il penalista ha ripercorso in aula tutti i capi di imputazione riguardanti ad esempio l’area di risulta, la “lista Dezio”, la villa di D’Alfono a Lettomanoppello, i rapporti con gli imprenditori Carlo e Alfonso Toto.

Milia ha parlato per quasi tre ore,  ha contestato alla radice l’esistenza dell’associazione per delinquere ipotizzata dal pubblico ministero Gennaro Varone, e ha invece sostenuto che è stato sempre fatto l’interesse della pubblica amministrazione. L’avvocato, in un altro passaggio, ha parlato di accanimento nei confronti della persona, citando a tal proposito le parole pronunciate dal procuratore generale della Corte di Cassazione in occasione dell’apertura dell’anno giudiziario: “occorre perseguire i fatti con fermezza, ma perseguire qualcuno costituisce un pessimo modo di fare giustizia”. In sostanza, per Milia, anziché perseguire i fatti si è perseguito il soggetto.

Dopo il difensore dell’ex sindaco è stato il momento della replica del pm Gennaro Varone che ha sostenuto di aver dimostrato con le prove la colpevolezza di D’Alfonso.

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