DALLO “TSUNAMI” AL CAMBIAMENTO?

di Massimo Cipollone

Sino al 90’ si confrontavano, in politica, due visioni contrapposte di Stato e società. Posizioni antitetiche e duro confronto, ma prevalenti i contenuti. Obiettivo sempre il “bene comune”. Nel ventennio berlusconiano, meno percettibili le differenze ideologiche, molto più aspro il confronto politico: una sfida all’ultimo sangue. Solo che il sangue non era dei politici contendenti, bensì dei cittadini. Con differenti responsabilità la politica ha, via via, evidenziato colpevole insensibilità rispetto al dilagante malessere sociale, rivelando l’assoluta incapacità di autoriformarsi. “La politica è solo comunicazione”: lo slogan dei cortigiani del cavaliere. La “comunicazione”, nel ventennio di Berlusconi, ha rappresentato la magia con cui la politica trasformava il suo inconcludente nullismo in cambiamento (virtuale). “L’85% del programma è stato realizzato”, affermava Berlusconi durante le campagne elettorali. Riferendosi, con evidenza, ai programmi personali. Per vent’anni, ad ogni elezione, tutti i partiti hanno riproposto i medesimi obiettivi di riforma, senza mai realizzarli. Cessata quindi la politica di essere “contenuto reale”, sostanza, anche le qualità richieste ai politici (nominati dalle oligarchie di partito e non più eletti dal popolo sovrano), sono divenute solo comunicative, non più amministrative e realizzative. A tale cliché si è conformata, purtroppo, anche la sinistra. Vendola chiedeva a Bersani di “dire qualcosa di sinistra”. Insieme ai politici è mutata anche la genia dei giornalisti, un tempo coscienza critica della politica. Autonomia e obiettività erano qualità che facevano bene a politica e società. Nell’era virtuale, in cui sembra importante solo quel che appare, l’essere acritici e di parte, per i giornalisti/comunicatori, è divenuta la prerogativa per fare soldi e carriera. Come nei reality, anche nei vari talk-show televisivi, il dibattito (fasullo) tra politici (nominati) era commentato da giornalisti (assoldati), in gran parte replicanti della voce di un padrone. In questo gioco inconcludente politici fasulli e finti giornalisti, accreditandosi a vicenda, evitavano accuratamente di porre in discussione ciò che li rendeva eguali e solidali: l’interesse comune a succhiare denaro pubblico. Nell’era del globalismo e della selvaggia deregulation spacciata per liberismo, foriera di grette involuzioni culturali, localismi esasperati, disgregazioni sociali ed egoismi individualistici, è forte l’esigenza di “non restare assenti e dispersi”. Il merito principale dei grillini e del nuovo movimentismo, è stata l’offerta di un contenitore che consente opportunità di partecipare, per contribuire al rinnovamento culturale e politico del Paese, a partire dal proprio territorio. Occorre, ora, un salto di qualità: va restituita alla politica “visione” e “progetto”. La storia si ripete e i germogli del nuovo, spesso, si rintracciano nel vecchio. Nel 1992, con la Lira al tracollo, emergeva la necessità di rivedere l’assetto organizzativo e istituzionale italiano, già allora troppo centralistico, inefficace e dispendioso. In quell’anno la Fondazione Agnelli presenta una ricerca sui primi vent’anni di vita degli Enti Regione. Lo studio evidenzia storture e squilibri (dovuti sia alle politiche nazionali che all’eccessiva frammentazione delle Regioni) e valuta che, per funzionare con economicità, efficacia ed efficienza, le Regioni devono poter contare su una economia di scala, un’ampiezza territoriale minima e almeno tre milioni di abitanti. La Fondazione propone di realizzare 12 “macro-regioni”, accorpando le più piccole e superando parzialmente l’anomalia di quelle a statuto speciale. Nel 2009, uno studio di Banca d’Italia segnala che quegli squilibri si sono ulteriormente ampliati e consolidati. La situazione ora è inevitabilmente peggiorata e l’ipotesi di un’Italia seriamente federalista, volta a risanare il Paese sull’orlo del disastro, pone tutti di fronte alle proprie responsabilità. Vincitori e vinti delle ultime elezioni.

Il tempo è scaduto: non sono più ammissibili egoismi opportunistici e demagogiche ipocrisie. Qualche provincia e qualche parlamentare in meno non sono sufficienti.

Va riconsiderato, subito, l’intero assetto istituzionale del Paese, ridotto il numero delle regioni e delle provincie, ridimensionati rappresentanze e costi delle istituzioni pubbliche.

Senza una revisione culturale, etica e morale, con istituzioni pubbliche  incoerenti, inefficaci ed incompatibili con i problemi di bilancio pubblico, sarà impossibile affrontare la sfida della competizione globale. Solo alcune Regioni riuscirebbero forse a sopravvivere. Il Paese sicuramente no. Questa è la madre di tutte le riforme che metterà alla prova: maturità degli italiani, ambizioni e capacità di leadership (individuale e collettiva), dei nuovi movimenti e della nuova politica, locale e nazionale. 

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