CRISI POLITICA E NUOVA CITTADINANZA

di Massimo Cipollone

Le recenti elezioni politiche hanno reso evidente la crisi di rappresentanza e la perdita di appeal delle culture politiche protagoniste dell’ultimo ventennio: il progressismo “post-comunista” e il “moderatismo” parolaio del “forza-leghismo”. 

Entrambi si sono rivelati incapaci di sintetizzare le esigenze di autoriforma, di innovazione, di nuove regole, di valorizzazione del merito e di resistenza ai ciechi rigori dell’austerità europea. Nel frattempo, milioni di persone, prima uniformi e passive, non ritrovandosi più in categorie prefissate e identità esterne, sono diventate sempre più indefinibili, indipendenti, portate a scegliere da sé, a fare sintesi personali. La “rete” ne rappresenta un simbolo evidente: tramontata ormai la moda delle identità fittizie e simulate, è esplosa una grande voglia di autenticità e divenuto naturale mettere in mostra se stessi. Per gli utilizzatori della rete (ma gradualmente anche per gli altri) tutto questo, che non esisteva sino a 20 anni fa, sta cambiando il senso che ognuno ha di se stesso provocando enormi conseguenze sull’intera esistenza, dall’educazione, alla religione, al marketing, alla politica. L’aumento a dismisura delle possibilità di avere tutte le informazioni che si vogliono, ha consentito di modellare le scelte in base ai propri particolari desideri o esigenze facendo precipitare la considerazione su tutti i dogmi, le dottrine e i sistemi che pretendono di essere esaustivi. Ogni singolo individuo ritiene, oggi, di essere più importante di tutti gli schemi, gli stili, le regole.

Per questa nuova categoria di cittadini globali il richiamo a valori costitutivi e fondanti, percepiti come altro da se, è del tutto privo di significato ed efficacia. La politica è così entrata in una crisi grave e forse irreversibile, anche perché si sono combinati fra loro tre fattori micidiali: 1) la dilatazione dei fenomeni degenerativi dei partiti, che ha riguardato sia i vertici nazionali che quelli locali, (prima la mela “marcia” era un eccezione, oggi lo è quella “sana”); 2) l’assoluta incapacità di dare una risposta concreta, ad una società in forte cambiamento e in grave impoverimento, che richiede nuove e più coerenti soluzioni di equilibrio fra gli interessi generali e le esigenze individuali; 3) il totale depotenziamento dell’idea stessa di rappresentanza, in una realtà in cui ciascun cittadino si sente molto più di un semplice elettore, spettatore o consumatore. Poiché tutti, oggi, hanno l’opportunità di scegliere tra infinite opzioni possibili, è molto diminuita la disponibilità a delegare altri, specie se questi altri esprimono interessi particolari e non generali. Il vecchio capitalismo pesante (fordista), era il mondo dei dispensatori di leggi, dei progettisti di routine e dei supervisori. Era il mondo di uomini e donne diretti da altri che ponevano e perseguivano fini determinati da altri, secondo modalità decise da altri. E, per ciò, era anche un mondo che riconosceva l’autorità. Era un mondo di leader che mostravano di saperne più di tutti gli altri, di maestri che meglio di tutti sapevano come procedere. L’odierno capitalismo “leggero”, rivolto esclusivamente al consumatore, non ha abolito le autorità preesistenti né le ha rese superflue. Ha semplicemente dato vita a nuove autorità. Facendo coesistere un numero eccessivo di autorità nessuna di esse può resistere a lungo al proprio logoramento, tanto meno può vantare l’etichetta di ”esclusività”. Se le autorità sono molte, è inevitabile che tendano ad annullarsi a vicenda, per cui, l’unica effettiva autorità diviene quella che è chiamata a scegliere tra esse ovvero il popolo/individuo. Perduto il potere le autorità, per ingraziarsi il popolo/individuo, tentano di sedurlo non con esempi virtuosi ma rincorrendo i suoi istinti peggiori. Il vecchio mondo governato dai leader puntava alla “buona società” o alla “società giusta”. Il mondo attuale non fa nessuna di queste due cose. 

Non stupisce quindi la suggestione, rilanciata oggi da Grillo, della soluzione “democrazia diretta”. Come leggere altrimenti il dato emerso alle scorse elezioni amministrative in Italia nelle quali le “Liste Civiche” scollegate dai partiti presenti in Parlamento, sono aumentate del 61%? Ormai solo nei paesi più arretrati del mondo (e nelle fasce più “conservatrici”), le vecchie identità collettive uniformanti hanno ancora una qualche presa. Il cambiamento, però, pone anche altri problemi. 

Per il 2020 si prevede la mancanza, nel mondo, di almeno 40 milioni di lavoratori altamente qualificati, capaci di gestire la rivoluzione produttiva e tecnologica in corso. Nel frattempo in Europa, a fine 2012, i disoccupati hanno raggiunto la soglia dei 48 milioni! In Italia, dove a fine 2012 la disoccupazione giovanile è quasi al 40%, rispetto all’anno prima, anche i laureati che hanno trovato lavoro sono diminuiti.  

E sono aumentate perdite di lavoro e povertà e il debito pubblico ha raggiunto i 2.025 mld di euro. Si pone seria ed angosciante la domanda: come potrà la gran parte del popolo/individuo difendersi, qualora la crisi si aggravasse? Nonostante i cambiamenti, sono ancora in mano alla politica le possibilità di dare le risposte necessarie. La novità del movimento 5 Stelle, costringendo il PD ad innovare, ha sortito un primo risultato positivo per le elezioni delle presidenze di Camera e Senato. E’ ancora poco. 

E’ necessario, ora, ridare credibilità alla speranza anteponendo, non a parole ma con fatti concreti, gli interessi generali del Paese a quelli di parte.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *