Legale deve al fisco 230 mila euro: li aveva messi su promettendo ‘raccomandazioni’ per assunzioni

I guai per un avvocato aquilano non sono finiti. Al legale, che nel maggio scorso era  stato condannato per aver chiesto denaro in cambio di raccomandazioni per l’assunzione diretta presso uffici pubblici,  dopo gli accertamenti della Guardia di Finanza proprio in seguito a quella sentenza, è stato accertata un’omessa dichiarazione al fisco per 230 mila euro, rigorosamente in contanti, che il professionista aveva ricevuto da diverse persone, speranzose di ottenere un impiego pubblico, in appena poco più di un anno.

L’avvocato era stato condannato un anno e dieci mesi di reclusione dal giudice del Tribunale di L’Aquila, che aveva applicato la pena patteggiata, per il reato di millantato credito. 

Ma non è finita lì. La Compagnia delle Fiamme Gialle de L’Aquila,  dopo aver acquisito gli atti del procedimento penale, ha avviato una verifica fiscale per quantificare le somme percepite per sottoporle a quella che, tecnicamente, è definita “tassazione dei redditi derivanti da attività illecite”. Principio, questo, introdotto nell’ordinamento tributario con una legge finanziaria del 1994, la n. 537/93 (c.d. Legge Gallo) che assoggetta a tassazione: “i proventi derivanti da fatti, atti o attività qualificabili come illecito civile, penale o amministrativo se non già sottoposti a sequestro o confisca penale”. Dalla ricostruzione sotto il profilo fiscale operata dai finanzieri è emerso appunto che il legale era si era fatto consegnare  ben 230 mila euro da chi sognava d’avere un’occupazione. Da qui, la contestazione di omessa dichiarazione di tali redditi nonché di violazione alla normativa antiriciclaggio, che prevede una sanzione particolarmente pesante e correlata all’ammontare delle somme di importo superiore alla soglia prevista dalla legge, trasferite tra soggetti diversi, in contanti. 

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