ESISTE UNA TERZA VIA? Tornare a progettare il futuro per restituire la speranza

di Massimo Cipollone

L’era moderna ha sempre associato il concetto di sviluppo a quello di civiltà. Sino alla crisi attuale si riteneva che lo  sviluppo avrebbe sempre migliorato le condizioni di vita, aumentato le occasioni di lavoro, ridotto diseguaglianze e incertezze, assicurato a tutti maggiore “sicurezza”. Il principale obiettivo delle società evolute, grazie allo sviluppo, è stata l’eliminazione dell’incertezza, che era la condizione naturale dell’uomo prima dell’avvento della “civiltà”.

Nel secondo dopoguerra, si intensificarono i ritmi dello sviluppo e la sua diffusione e si radicalizzò il contrasto fra teoria capitalista e comunista. E il mondo diviso in due grandi blocchi: Est e Ovest. La cosiddetta guerra fredda impedì, congelandole, le opportunità di dialogo e di scambio fra i due blocchi divenuti antitetici. I Paesi comunisti portarono all’estremo il controllo dello Stato sull’economia e la società, escludendo spazi e possibilità per l’iniziativa privata. In occidente, affermatesi le teorie del libero mercato, venne ridotto l’intervento dello Stato che rinunciò a regolamentare circolazione e velocità di spostamento di: lavoro, merci, imprese, e capitali. Entrambi i sostenitori di queste due teorie si ponevano l’obiettivo di ridurre l’incertezza e incrementare le sicurezze. Sino alla fine degli anni 80’, seppur con differenze, la politica conservò in entrambi i blocchi il ruolo principale di individuare gli obiettivi ed elaborare i percorsi di sviluppo. Alla fine del comunismo e del mondo diviso in blocchi contrapposti, rafforzatasi la convinzione che non vi fosse alcuna alternativa a capitalismo e libero, la politica eliminò ogni ostacolo e freno alla sua incontrollata evoluzione. Venne, così, il tempo della globalizzazione senza regole. Sino ad allora, tutti i Paesi in evoluzione avevano accompagnato lo sviluppo creando una fitta rete di “solidarietà” grandi e piccole, a garanzia di protezione e di certezze. La consapevolezza per i cittadini di non essere “soli” infondeva coraggio, dava fiducia e sicurezza di sé. Tutte condizioni queste, indispensabili all’esercizio della libertà, della sperimentazione e del rischio. Modernizzare (diffondere civiltà), significava sacrificare un valore come la libertà individuale, scambiata con la garanzia, collettiva e singola, di maggiore “sicurezza”. Vivere in comunità, accettare rinunce alle libertà individuali, era più rassicurante perché il futuro prometteva sempre maggiori “certezze”. 

Oggi, avviene l’esatto opposto: giorno dopo giorno, è la sicurezza ad essere sacrificata sull’altare di una libertà individuale in continua espansione. Due cose preoccupano maggiormente i cittadini: la convinzione che i disagi dovuti alle incertezze attuali non si attenueranno e l’incombere di incertezze ancora più grandi. L’innalzamento delle “precarietà” a livello di valore rappresenta la vera novità di questi tempi. Non è il dover agire in condizioni di incertezza che preoccupa di più oggi, ma la sollecitazione costante ad abbattere e abolire tutte le difese costruite, tutte le istituzioni destinate a limitare il grado di incertezza e il danno che l’incertezza dilagante sta arrecando. E preoccupa la “necessità” di neutralizzare ogni azione tesa ad elaborare nuove soluzioni comuni per il controllo dell’incertezza. Negli Stati Uniti, oggi, il 25% degli addetti lavora nella stessa impresa, con le stesse mansioni, da meno di un anno e il 50% svolge il lavoro attuale da meno di cinque anni. Circa 25 anni fa, in Gran Bretagna, l’80% degli occupati apparteneva alla categoria “40/40” (40 ore di lavoro e 40 di non lavoro per settimana) e godeva di una fitta rete di “protezioni”, diritti sindacali, indennità sociali. Una condizione, questa che, ora, riguarda solo il 20% dei lavoratori. E la tendenza è verso un’ulteriore diminuzione. Molti economisti ritengono che senza innovazioni di linea, in futuro, appena il 20% della forza lavoro globale (potenziale) sarà sufficiente a far funzionare l’intera economia, mentre l’80% della popolazione mondiale in età di lavoro sarà in esubero! Gli effetti negativi della crisi sull’occupazione alimentano la tesi che la diminuzione del volume complessivo di lavoro sia un problema “strutturale”, non  “macroeconomico”. Una diretta conseguenza del trasferimento del controllo sui fattori economici decisivi, dai governi istituzionali al “libero” gioco delle forze di mercato. La velocità dei cambiamenti e l’assoluta libertà di movimento dei capitali hanno reso extra-territoriale il potere reale che è divenuto sempre più esterno alla politica, la cui insignificanza e impotenza sono cresciute insieme ai problemi della gente. Da tempo i politici mostrano di essere privi di una visione del futuro, di un progetto di società, indispensabile per unificare gli interessi delle persone. Acquisita una carica, i politici hanno pensato solo a conservarla. E cambiare governi, non è più stato un fattore discriminante e decisivo. Avendo cessato di interrogarsi, la politica ha ridotto l’odierno liberalismo a semplice credo di assenza di alternative. E’ stato promosso il conformismo e esaltato i modelli consumistici di vita buona, non più quelli di società buona. Nessuna realtà, in cui l’arte del porsi domande cade in disuso, può sperare di trovare risposte giuste ai problemi che l’assillano. Le domande non sono mai sbagliate. Solo le risposte spesso lo sono. Specie se sembrano immediate, totali e risolutive.

C’è da chiedersi, insomma, se esiste una terza via? Se esiste, come molti tra i vecchi e i nuovi politici affermano, il futuro deve iniziare qui e oggi.

Non a partire dalle prossime elezioni che, senza neppure una riforma della legge elettorale, consentirebbero ancora una volta ad un migliaio di nominati (fra senatori e deputati), di tornare in Parlamento.

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