VERSO UNA NUOVA NORMALITA’

Ripartire dalla dimensione locale per una nuova sintesi umanistica della società a crescita lenta

di Massimo Cipollone

La crisi in atto ha messo alla corda il tipo di sviluppo seguito sino ad oggi e  una redistribuzione internazionale selvaggia del lavoro sta ridimensionando le economie dell’occidente. Questi cambiamenti epocali, insieme all’acquisita consapevolezza dei limiti fisici del patrimonio naturale e di un inquinamento insostenibile, non consentono di immaginare un semplice ritorno al passato.

Per dirla con Bill Gross, siamo entrati nell’era del “new normal”, un’era in cui bisognerà adattarsi ad una “nuova normalità”, in cui minore occupazione si accompagnerà a livelli di vita più bassi di quelli precedenti. I politici, però, nel timore di perdere voti tergiversano paventando ancora illusorie prospettive di benessere. La politica deve recuperare respiro culturale, capacità di progetto e di guida, etica e moralità. Ma i cittadini dovrebbero fare anche autocritica. E’ difficile infatti immaginare che, dopo tanti sperperi, solo pochi si siano accorti di vivere al di sopra dei propri mezzi. Così come non si possono scoprire solo ora i limiti del “liberismo senza regole”, dilagato dalla fine del comunismo.

Già nel 1991 (cento anni dopo la “Rerum Novarum” di Leone XIII), con l’enciclica “Centesimus Annus”, Giovanni Paolo II manifesta i suoi timori per l’avvenire dell’umanità. Con l’enciclica il Papa si chiede se, “dopo il fallimento del comunismo, il sistema sociale vincente dovesse inevitabilmente essere il capitalismo” e se “solo verso di esso andassero indirizzati gli sforzi dei Paesi per ricostruire economie e società”. “Se con capitalismo”, diceva Wojtyla, “si indica un sistema che riconosce il ruolo fondamentale e positivo di impresa, mercato, proprietà privata, responsabilità dei mezzi di produzione e libera creatività umana nei settori dell’economia, la risposta è positiva. Se, invece, si intende un sistema in cui la libertà nell’economia non è inquadrata in un solido contesto normativo che la mette al servizio della libertà umana integrale, il cui centro resta etico e religioso, allora la risposta è negativa”. Wojtyla, nutriva seri dubbi circa la possibilità di mantenere i ritmi di sviluppo occidentali e auspicava che, pur conservando le proprie differenze, l’Europa si “unisse” e “regolamentasse” quel capitalismo già allora “senza freni”.

Perplessità in merito erano segnalate anche dai “liberisti”. Anthony Giddens, in un saggio del 1997, affermava che “la vita morale della modernità, priva di guide trascendentali, provoca una separazione della cultura dall’economia e dalla vita sociale” e “il capitalismo, che dipende da un puritanesimo secolare nella sfera della produzione, si è arreso agli imperativi del piacere e del gioco nella sfera del consumo”. Daniel Bell aggiungeva poi, che “seppure il liberalismo incoraggi libertà individuali e sperimentazione, allorquando penetra nelle aree della vita familiare, della sessualità, dell’esperienza morale in generale, produce un individualismo sfrenato che minaccia la struttura sociale e crea il vuoto. Perché nulla è più proibito e tutto può e deve essere esplorato”. “L’assenza di un sistema di credenze morali radicate” sostiene Bell, “è la contraddizione culturale della società e la minaccia più grave per la sua sopravvivenza”. Anche Benedetto XVI, nel 2009, segnala con l’enciclica sociale “Caritas in Veritate”, come “l’aumento sistemico delle ineguaglianze tra popolazioni dei vari Paesi e fra gruppi sociali all’interno dei medesimi Paesi” e “il grande incremento della povertà, erode la coesione sociale, provoca la crisi dell’insieme di relazioni di fiducia, di affidabilità, di rispetto delle regole, indispensabili alla convivenza civile e, alla lunga, ha un impatto negativo sul piano economico e mette a rischio la democrazia”. Per cui, “bisogna modernizzare, ma nelle compatibilità sociali”.  

Aggravandosi, la crisi, diffonde paura e insicurezza e consolida il timore delle persone di essersi lasciati il futuro dietro le spalle. Ciò impedisce un razionale ottimismo. L’enciclica “Caritas in Veritate” affronta, in termini sociologici, gli aspetti tipici della tradizione civica dell’esperienza amministrativa storica dell’Italia dei Comuni. Forse, sarà proprio a partire dalla ricostruzione di un patrimonio di fiducia diffusa e condivisa, di certezza amministrativa, di efficacia e trasparenza nella gestione della cosa pubblica, di prevedibilità e affidabilità dei governi locali, che si potrà contrastare la spersonalizzazione creata dal proliferare, indiscriminato e amorale, delle transazioni economiche e finanziarie. Sarebbe, questo, un modo socialmente più equilibrato per favorire sia la limitazione degli effetti della riduzione di risorse disponibili sia la modifica delle abitudini di vita non più sostenibili. Garantendo, inoltre, la salvaguardia di una coesione sociale utile a realizzare una “nuova sintesi umanistica”. Esiste, però, la difficoltà di rendere compatibili le azioni volte ad affrontare le emergenze dell’immediato con gli interventi di più lungo respiro, di revisione strutturale del sistema istituzionale. E bisogna rendere credibile e quindi coinvolgente per i cittadini questa ripartenza. Sorge allora spontaneo il quesito: saranno capaci di farlo gli stessi uomini che hanno condotto il Paese al fallimento? A giudicare dallo stato in cui versa la politica italiana, forse ci vorrebbe un miracolo. O quantomeno un altro “Francesco”. 

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