D’Ercole, ex Isi: “Disposto a un confronto pubblico con Caputi per evitare la privatizzazione del sistema idrico”

Ieri, il Commissario unico dell’Ente regionale per il servizio idrico, ha denunciato un buco di 25 milioni di euro in capo al nuovo ente regionale (Ersi), sostenendo che le società di gestione in Abruzzo avrebbero 300 milioni di debito. Una cifra che potrebbe anche lievitare fino a 500 milioni qualora i crediti iscritti in bilancio dagli enti gestori si rivelassero inesigibili. Una denuncia che, in quale maniera, non coglie di sorpresa quanti tra sindaci, politici, addetti ai lavori e utenti hanno vissuto o seguito la querelle tra la Sasi e la Isi nell’Ato frentano. Diatriba che non si è registrata negli altri cinque ambiti abruzzesi, ma che adesso consente di ritrovarsi tra le mani una lente d’ingrandimento unica per mettere a fuoco la malagestione del sistema idrico abruzzese. Infatti, lo scontro tra la società di gestione (Sasi) e quella del patrimonio (ISI), non si è consumato solo in ambito politico ma è andato oltre, varcando più volte l’ingresso del Palazzo di giustizia di Lanciano. 

Potrà sembrare strano ma proprio quelle vicende giudiziarie e i loro esiti sembrano fare da contraltare alle affermazioni rilasciate ventiquattro ore fa dal Commissario Caputi. 

Infatti, la situazione nell’ex Ato frentano potrebbe essere diversa e addirittura rivelarsi d’orientamento per gli altri gestori regionali.

“Sì, in effetti potrebbe essere così – afferma l’ex presidente dell’Infrastrutture per i Servizi Idrici, Patrizio D’Ercole -. Quel che vale per la Isi oggi può valere per tutti gli altri enti affidatari della regione Abruzzo. Cioé tutte le infrastrutture, reti e quanto altro, costruite dalla ex Cassa del Mezzogiorno sono state trasferite in proprietà agli ex Consorzi acquedottistici abruzzesi, più recentemente trasformatesi nelle attuali sei società di gestione del servizio idrico, e nel caso della Ruzzo SpA di Teramo, della Cam srl di Avezzano e Isi srl addirittura conferendo tali beni e infrastrutture in separate società del patrimonio. Tali beni non sono demaniali come continua a sostenere, a mio parere, erroneamente Caputi, ma sono beni dei soci di tali società, dunque dei comuni, con il vincolo della indisponibilità perché  beni destinati a un servizio di pubblica utilità. E fino al Decreto Legislativo 152-06, quelle società o quei comuni che hanno affittato le reti a titolo oneroso lo hanno fatto ex legge come riconosciuto dalla sentenza della Corte Costituzionale 246-2009 e ordinanza n. 144 del 2010, che ha ribadito la non applicazione retroattiva della gratuità delle concessioni d’uso delle reti ai gestori. Non senza doversi ricordare la notoria giurisprudenza delle sentenze Isi. Per cui i comuni, essendo a tutti gli effetti titolari in proprio dei beni e delle infrastrutture idriche – prosegue D’Ercole -, possono essere i protagonisti principali, anche contrattuali, dell’asseto del sistema idrico e della gestione. Non è un caso che nella stessa conferenza stampa del Commissario, non si fa menzione alcuna della recentissima sentenza n.50 del 28 marzo 2013, meno di una settimana fa, e pronunciata dalla Corte Costituzionale che ha dichiarato parzialmente illegittima la legge regionale del 12 aprile 2011, . In sintesi la Corte, in aderenza alle direttive europee, ha ridato maggiore autonomia agli enti gestori pur  ribadendo il controllo analogo già previsto per le società in house. Nella legge Regionale era prevista il “VINCOLO” dell’Ersi  sulla programmazione e la gestione del S.I.I. Nella stessa LEGGE  l’ersi è presieduta dal CUS (Commissario Unico Straordinario). Lo scontro con il Commissario non è recente ma trova fonte sulla questione degli ammortamenti. Caputi ha avallato la delibera n. 44 del novembre 2008, con cui unica in Abruzzo e forse in Italia, si autorizzava la Sasi a non accantonare le quote di ammortamento per un milione 800 mila euro all’anno, che i cittadini pagavano in bolletta. Caputi si è affrettato a far approvare la revisione dei piani tariffari con aumenti consistenti per gli utenti ma di seguito non si è affrettato ad adeguarsi al Referendum sull’Acqua Pubblica, che ha abrogato il 7 per cento previsto in tariffa quale remunerazione del capitale. A riguardo devo plaudire al nuovo presidente del cda della Isi, Vincenzo Antonucci, che mi sembra abbia ben colto le questioni giuridiche e certamente non si farà sfuggire l’occasione di una fusione con la Sasi, che il cda della Isi ha più volte sollecitato in passato. Fusione che pur di preservare il titolo delle proprietà delle reti in capo ai comuni soci, prevede la incorporazione dell’ente gestore in quella del patrimonio. Così come devo dare atto della estrema lucidità che l’on. Di Stefano, dal 2009, che  con diverse conferenze stampa, aveva puntato il dito sulla legalità della gestione del sistema idrico e sul rischio del’’implementazione dei costi, altresì richiamando l’attenzione, direi politica, ad una riflessione approfondita sulla riorganizzazione del sistema idrico integrato, non da meno perorando anche le ragioni tecniche (la questione degli ammortamenti sollevata dalla Isi, ndr) di un fenomeno che poteva diventare non più controllabile. Ma tant’é che a queste reiterate richieste di un minimo controllo previsto per le società in house si è invece deciso di rispondere con la formulazione di una nuova pianta organica !!!!. Tornando al Commissario Caputi, ricordato che gli Ato abruzzesi sono commissariati dal 2008, adesso mi pare troppo comodo denunciare solo oggi situazioni non sostenibili di cui il Commissario era a conoscenza dal primo giorno del suo insediamento e che gli ho più volte reiterato come Isi. Sono disposto a un confronto pubblico con Caputi e con l’attuale presidente della Sasi, Domenico Scutti – conclude l’ex presidente della Isi -, carte alla mano, e auspico un tavolo politico aperto, dei sindaci e dei responsabili regionali dove si metta in agenda proposte che alla luce dello sfascio disegnato da Caputi possa evitare l’ipotesi di un lento processo di privatizzazione del sistema idrico”. 

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