DALLA POLITICA ESEMPI CONCRETI

di Massimo Cipollone

Il rilancio della “crescita” è ritenuto dai più l’unico antidoto in grado di contrastare gli effetti negativi determinati dalla crisi. Ma, dalla politica e dalla società, poche obiezioni si sollevano circa il tipo di sviluppo seguito finora. E, purtroppo, neppure un’idea o disegno complessivo che illustri i nuovi obiettivi per il futuro che si vorrebbe costruire. Né si punta a valorizzare gli ampi spazi di miglioramento possibili quanto a sostenibilità, egualitarismo e solidarietà.

I soli temi di cui si discute sono le formule, il ritorno al voto, come si potrà garantire Berlusconi, chi eleggere presidente. Rimettere in moto, però, un percorso di crescita continuando ad ignorare gli squilibri e le storture create dalle assurdità del vivere odierno, le vere causa della crisi, equivarrebbe solo a rendere più complessi e più grandi i problemi. Negli ultimi duecento anni la popolazione mondiale è cresciuta di sei volte e l’aspettativa di vita media delle persone è più che raddoppiata. Nello stesso periodo, il reddito reale è quasi decuplicato; un essere umano guadagnava mediamente nel 2007, in termini reali, tre volte più di un suo omologo nel 1955, mangiava il 40% di calorie in più e la mortalità infantile si era ridotta di due terzi. Questi sono i dati medi, perché la diffusione dei benefici sappiamo che non ha riguardato tutti. 

Matt Ridley nel saggio The Rational Optimist, sostiene che “oggi, l’individuo medio fa uso di 600 calorie energetiche al secondo. Considerata la capacità media delle persone di generare watt ci sarebbe bisogno, per mantenere gli attuali stili di vita, di almeno 150 schiavi che dovrebbero lavorare per otto ore al giorno”. Ridley si riferisce sempre alla media su base mondiale. Perché il problema non risiede tanto e solo in questo dato, già di per se eccessivo, quanto nelle profonde e crescenti diseguaglianze che si sono create fra i vari Paesi e all’interno di essi. Infatti, se nel mondo in media sarebbero necessari 150 schiavi, per soddisfare le abitudini di vita di un cittadino statunitense ne occorrebbero 660 mentre, per soddisfare quelle di un nigeriano, solamente 16. Va da se che un simile squilibrio non possa avere vita lunga.

Quanto all’Italia è noto che, negli ultimi 30 anni, si è vissuto oltre le risorse disponibili, accumulando un debito pubblico crescente. Nel 2004 il debito era sceso fino al 103,8% del PIL. Nel 2006, dopo la prima cura Berlusconi risaliva al 106,6%. La prima finanziaria del governo Prodi, nel 2007, lo riduce al 103,6% ma, a partire dal 2008 (con Berlusconi ancora al governo), torna rapidamente a salire, anche per via del calo che il PIL inizia a subire. Oggi, il nostro debito pubblico effettivo è di 2100 miliardi di euro (129% del PIL, 35 mila euro per ogni italiano). mentre l’Italia pubblica si indebitava, però, il privato si arricchiva, arrivando ad accumulare una ricchezza che viene stimata in otto/dieci volte il debito pubblico. Con 150/200 miliardi l’anno di evasione fiscale il conto torna. Va detto, però, che non tutti hanno potuto beneficiare allo stesso modo di quest’allegra finanza. Giacché, il 10% della popolazione italiana possiede, oggi quasi il 50% della ricchezza nazionale. E le anomalie italiane non finiscono qui. 

Negli USA, in media, i manager privati percepiscono una paga superiore 250 volte quella dei loro dipendenti e i grandi manager pubblici non vengono strapagati come avviene da noi. Chissà, forse perché sono più capaci.

Il Governatore della Federal Reserve, ad esempio, percepisce 300 mila euro l’anno (come quello della Banca di stato tedesca) e il Presidente Obama meno addirittura di alcuni nostri Presidenti di Regione. Un tempo l’amministratore della Fiat, Valletta, aveva una retribuzione superiore di venti volte quella media dei suoi dipendenti. Oggi, Marchionne, viene pagato 435 volte di più; un leader sindacale ha una paga di 300 volte superiore a quella di un operaio; il Governatore di Banchitalia tre volte più dei colleghi americano e tedesco. Per non parlare della politica! L’Italia ha tanti parlamentari quanti Francia, Germania e Gran Bretagna messe insieme! Oltre alle migliaia di consiglieri regionali, provinciali, comunali, amministratori di aziende pubbliche, ecc. 

Il nostro debito pubblico costerà, al tasso attuale (4-5%), 100 miliardi di euro l’anno di interessi ovvero 1.670 euro a testa! E, mentre il debito continua a crescere, il balletto dello scarico prosegue: nessuna novità né dai vecchi né dai nuovi della politica. Prima e più ancora dopo l’incarico a Monti, da molte parti (Confindustria, Sindacati, Marcegaglia, De Benedetti, Montezemolo, Veltroni, Della Valle, Romiti, Amato, ecc.), si sollecitava l’introduzione di una imposta straordinaria una tantum sul patrimonio per abbattere il debito. Non era mai accaduto prima che a chiederlo, fossero anche alcuni fra i principali potenziali tassandi. Se Berlusconi e PDL, allora maggioranza in Parlamento, commisero l’errore di opporsi, Monti anziché tentare una prova di forza, ripiegò sulla solita strada: tassare i soliti noti. Oggi l’abbattimento del debito pubblico è una questione ancor più d’attualità, anche se con nuove elezioni alle porte, i politici preferiscono parlare d’altro. Intanto a fine 2012 la pressione fiscale ha segnato un aumento dell’1,4% sul 2011, raggiungendo il 44%, il suo massimo storico. Non è più possibile andare avanti così. E’ necessario avviare una riconversione dell’intero ciclo di vita della società e delle persone. Ma, perché si possa dare avvio a questo percorso in modo condiviso, in previsione di un futuro che si preannuncia a “crescita” lenta, bisognerà dare alla gente esempi concreti. Parole e promesse non bastano più. Il primo di questi esempi, dovrà riguardare una seria e drastica riduzione dei costi e dei privilegi della politica ridimensionando, inoltre, sia la quantità delle istituziioni che il numero dei loro rappresentanti. 

L’Abruzzo

L’economia abruzzese, negli ultimi quindici anni, ha registrato le peggiori performance tra le regioni italiane, con il calo più consistente del Prodotto Interno Lordo. In Abruzzo, più che altrove, è stato nefasto il passaggio dalla politica del “fare” a quella del “dire”. Qui, più che altrove, la sostituzione di politici espressione del territorio con politici improvvisati,  “nominati” dall’alto (dai Presidenti di Giunta Regionale ai Sindaci), ha causato un impressionante scadimento delle qualità e delle capacità di governo. Il mondo è cambiato e bisogna tornare a volare alto.  Perché ciò sia possibile la politica deve ridarsi una “visione”, un “progetto” nuovo attorno al quale far crescere una nuova classe dirigente. E, poiché la storia si ripete, i germogli del “nuovo” spesso si rintracciano nel “vecchio”. “Marca Adriatica” era il nome che sul finire del XII secolo, l’illuminato Imperatore Federico II di Svevia, dette alla Contea da lui formata che raggruppava i territori corrispondenti, più o meno, alle attuali tre regioni Marche, Abruzzo e Molise.  Federico II, del quale resistono tracce diffuse nei territori delle tre regioni citate, nacque proprio nelle Marche, a Jesi, in una tenda dell’accampamento dell’esercito del padre Enrico VI, Imperatore del Sacro Romano Impero. Moglie dell’Imperatore e madre di Federico era Costanza d’Altavilla, figlia del Re (normanno) di Sicilia. Diversi secoli dopo, nel 1992, sul finire della “prima repubblica”, in pieno tracollo della Lira, nel pieno del dibattito sulla necessità di rivedere l’assetto istituzionale italiano ritenuto troppo centralistico e dispendioso, Marcello Pacini direttore della Fondazione Agnelli presentava i risultati di un eccellente studio condotto sui primi vent’anni di vita degli Enti Regione. La ricerca evidenziava storture e squilibri (attribuiti sia alle politiche nazionali che alla dimensione eccessivamente ridotta di molte Regioni) e valutava che, per funzionare con economicità, efficacia ed efficienza, le regioni dovevano poter contare su una qualche economia di scala, un’ampiezza territoriale minima e almeno tre milioni di abitanti. In considerazione di tale analisi la Fondazione Agnelli proponeva l’accorpamento delle venti regioni italiane in dodici “macro-regioni”, con conseguente scomparsa di quelle troppo piccole e con parziale superamento dell’anomalia delle regioni a statuto speciale. Una delle dodici macro-regioni avrebbe dovuto accorpare Marche, Abruzzo e Molise e per essa, richiamandosi alla scelta di Federico II, si ipotizzava il nome di Marca Adriatica. Trascorsi altri vent’anni da quell’analisi la situazione è ulteriormente peggiorata, ma nulla è cambiato. All’inizio del 2009 un altro studio, condotto dalla Banca d’Italia, evidenziava come gli squilibri si fossero ampliati e consolidati. L’ipotesi di un’Italia seriamente federalista, volta a risanare il Paese giunto sull’orlo del disastro, pone tutte le popolazioni e le classi dirigenti regionali di fronte alle proprie responsabilità. Il tempo è scaduto e non sono più ammissibili demagogie, ipocrisie, incapacità di confronto o egoismi puramente opportunistunistici. Con grande coraggio, in questa fase di transizione, andrebbe riconsiderato l’intero assetto istituzionale del Paese a partire dal riadeguamento dei confini delle future regioni federali. Affrontare la sfida della competizione globale senza una revisione strutturale coerente e complessiva, data anche la ridotta disponibilità di risorse pubbliche, non darà alcuna possibilità di sopravvivenza a molte delle regioni attuali (Abruzzo incluso). Sarà questo il banco di prova sul quale si misureranno le aspirazioni e le capacità di leadership politica regionale. Su di esso si formerà la futura classe dirigente regionale. L’auspicio è che si riveli sobria e appropriata, quantomeno diversa e migliore di quella conosciuta, dall’Abruzzo, nella decadente stagione della seconda repubblica.

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