L’Abruzzo in fondo a un pozzo di guai

A Pescara, il WWF, stamattina, ha presentato i dati sui rischi che potrebbero arrivare da eventuali incidenti e conseguenti fuoriuscite di sostanze in mare dalla lavorazione di petrolio. A Lanciano, nelle stesse ore, circa 1500 tra studenti delle scuole superiori e cittadini sfilavano per la città per dire no ai progetti di petrolizzazione al largo della costa abruzzese e chietina in particolare ma anche per quelli previsti a terra. 

E in attesa della giornata di sabato, con la manifestazione che si terrà a Pescara e che vedrà schierato tutto il fronte del ‘no’ per impedire che l’Abruzzo diventi distretto minerario, si fanno già delle previsioni su quel che potrebbe accadere nell’Adriatico, in caso di incidenti. 

Lo scenario, come si accennava più sopra, è stato ipotizzato dal WWF Abruzzo, preoccupazioni che sono aumentate con il progetto Ombrina Mare2. E per comprendere le minacce basta partire dalle dimensioni e dalla produzione  di Ombrina, considerata un vero e proprio centro galleggiante per la desolforazione sul posto del greggio estratto dai fondali marini. L’impianto della Madoilgas, che il 25 gennaio scorso ha avuto il via libera del ministero dello Sviluppo Economico dopo il parere favorevole delle Commissioni Via e Vas, dovrebbe sorgere a sei miglia di distanza dalla Costa dei Trabocchi. Le sue dimensioni di 43,4 metri di altezza sul livello del mare, 35 per 24 di superficie,  produrrà circa 14mila tonnellate di rifiuti prodotti nella prima fase, ne fanno il più grande in Adriatico. Sarà collegato con 4-6 pozzi e ad una nave (Floating Production, Storage and Offloading) della lunghezza di 320 metri, più dello stadio di Pescara, a dieci chilometri dalla costa; da 36 a 42 chilometri di condotte per olio, gas e acqua; immissione in atmosfera, nel corso di 25 anni di attività, di 2.413.000 tonnellate complessive di sostanze. La Fpso potrà stoccare 50.000 tonnellate di olio oltre a 10.000-15.000 mc di acqua di formazione e ogni mese, per 25 anni, verrà avvicinata da un’altra nave che caricherà l’olio per trasportarlo altrove.
Il WWF, sulla base dello studio fatto dalle stesse compagnie petrolifere (Accident Statistics for Offshore Units on the UKCS 1990-2007 della OIL and GAS UK e pubblicato del 2009) relativo agli anni che vanno dal 1990 al 2007, spiega che nelle piattaforme fisse inglesi, la maggior parte delle quali in Europa sono posizionate nel mar del Nord, sono avvenuti 5.871 incidenti, con una frequenza di 3,4 incidenti per unità all’anno. Gli incendi sono stati 0,412 l’anno per unità, le esplosioni 0,024 l’anno e le perdite in mare di petrolio ben 1,76 l’anno per unità. Senza contar poi che secondo uno studio del Direttorato Norvegese per il Petrolio, inoltre, il solo trasporto del greggio dalla FSPO alla piattaforma causerebbe la perdita in mare di 3.240 barili nell’arco di 24 anni.

Insomma, una serissima minaccia per l’Abruzzo e l’Adriatico in generale. “Si comprende benissimo che se conteggiamo questi rischi per i 24 anni in cui la piattaforma e la FSPO saranno in funzione, vorrebbero dire in tutto 68 perdite in mare ed una ventina di incendi – ha affermato Augusto De Santis, referente acque del WWF Abruzzo. 

Queste le conseguenze nel futuro: nell’immediato, i contraccolpi sarebbero durissimi sull’industria turistica e sui progetti che passati e recenti che si stanno portando avanti per la Costa dei Trabocchi. Anche se gli impianti dovessero sorgere a 12 miglia dal litorale. Basti pensare che la Via Verde è l’unico progetto italiano, tra i 55 selezionati da 17 nazioni, realizzato da un ente pubblico a essere stato selezionato nella sezione Public dell’International Design for All Foundation Awards 2013. 

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