Cialente: “O in questa città si riprende a ricostruire, oppure venga lei a stare tra la gente”

Un Cialente furioso, tanto per non usare un termine che certamente raffigurerebbe meglio lo stato d’animo del primo cittadino del capoluogo. Il sindaco, stamattina, a sorpresa, ha convocato una conferenza stampa nei locali ex scuola Mazzini e ha fatto sentire la sua voce. Molto forte, dura nei contenuti, tutti riconducibili alla mancanza di fondi per riprendere la ricostruzione de L’Aquila. Fuori della città ci sono 40 mila persone che attendono di rientrarci e le nuove generazioni continuano a guardare con sempre maggior interesse, altrove. Fatti di fronte ai quali Cialente non ha esitato un solo attimo e ciò spiega la ragione per la quale l’incontro con i media è stato improvviso e urgente. Il sindaco ha una lettera in mano, indirizzato al presidente della repubblica Giorgio Napolitano e ne legge il contenuto: “Riconsegno oggi nelle Sue mani la fascia tricolore. Le comunico che lo abbiamo deciso come Giunta. Che venga lo Stato a spiegare ai cittadini le sue logiche e le sue scelte. Noi qui stiamo letteralmente crepando. Non mi rassegno. Non mi rassegno e non sopporto più l’idea che gli incartamenti relativi ai nostri finanziamenti possano stare per mesi fermi su una scrivania, ricevendo lo stesso trattamento che viene riservato a qualsiasi altra pratica alla quale tocca subire l’inefficiente burocrazia del Paese. Scrivo questa lettera – afferma il primo cittadino – per esprimere la mia profonda preoccupazione, il mio rammarico e la mia mortificazione come Sindaco e come Italiano per quanto sta accadendo a L’Aquila. Sono quattro anni che la ricostruzione non parte, quattro anni che la città, uno dei centri storici più importanti d’Italia, è deserta, distrutta. Muta testimonianza dell’inefficienza del sistema Paese. Dopo la vergognosa parentesi del commissariamento, finalmente, con la legge cosiddetta Barca, gli strumenti per la ricostruzione sono passati ai Comuni; ci siamo dati da fare, abbiamo cercato, nonostante le mille difficoltà, di avviare a definizione migliaia di progetti, perché l’imperativo fosse ridare una casa ad oltre quarantamila sfollati e restituire il centro storico alla sua vita. Alla sua dignità. Dal mese di ottobre sono finiti i soldi. Dal mese di ottobre i cantieri che erano aperti hanno dovuto sospendere i lavori ed oltre duemila progetti, pari ad oltre 300 grandi condomini e 60 aggregati, aspettano solo il finanziamento per poter riprendere l’attività di ricostruzione. Dietro a questi numeri vi sono migliaia di famiglie che attendono. Ci è sempre stato detto – ricorda il primo cittadino – che avremmo potuto contare, come comune dell’Aquila, sui 985 milioni di euro della delibera Cipe n.135 del dicembre 2012. Questi soldi di cui solo una parte di cassa, ad oggi, 6 maggio 2013, ancora non arrivano. Lo Stato, inteso come un sistema che dovrebbe essere capace di farsi carico realmente in scienza e coscienza, delle necessità reali, sta affrontando la vicenda aquilana con un atteggiamento burocratico di esasperata lentezza che nasconde l’assoluta mancanza di solidarieta’ e di rispetto istituzionale, l’assoluto disinteresse al destino delle Istituzioni locali, ma soprattutto dei cittadini aquilani, riparandosi nella giustificazione di fredde ed insensibili procedure burocratiche. Come Sindaco, mi sento umiliato; umiliato nel dover telefonare a funzionari vari, dovendo ogni volta spiegare l’emergenza aquilana, la necessita’ di ricevere i finanziamenti. Mi sento umiliato di ricevere la risposta: ‘Abbiamo bisogno dei nostri tempi’. Umiliato – prosegue – nel dover spiegare che affinché L’Aquila non muoia c’é immediatamente bisogno di un decreto che con un meccanismo di cassa depositi e prestiti, finanzi un altro miliardo per rispettare il nostro cronoprogramma. Io, Noi, non ce la facciamo più. Non so più come spiegare che in questi mesi, gli unici nei quali a L’Aquila si puo’ lavorare nell’edilizia prima che torni il gelo del nostro inverno, migliaia di cantieri non possono partire. Stiamo perdendo un altro anno. La rabbia è tanta. Nuovamente ieri ho subito un aggressione, dapprima verbale e poi fisica, da parte di un gruppo di giovani disoccupati e senza casa. Fortunatamente sono stato difeso da altri cittadini. Lo Stato ci costringe a riconoscerci solo nella bandiera della città nero verde, colori che nel 1703 sostituirono il bianco ed il rosso. Dopo il terremoto del 1703 gli aquilani scelsero il nero del lutto ed il verde della speranza. Oggi, se dovesse continuare così, ci si costringerà a togliere anche il verde. Da oggi – concluede il sindaco – non indosserò più la fascia tricolore ed ammainero’ il tricolore da tutti gli edifici pubblici comunali”. 

La lettera del sindaco è stata inviata anche al Presidente del Consiglio dei Ministri, al Ministro dell’Economia, al Ministro per la Coesione Territoriale, al Ministro dello Sviluppo Economico, al Ministro per Beni Culturali, al Ministro dell’Interno, al Presidente della Corte dei Conti, al Direttore Generale del Mise e al Direttore Generale del Mef.

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