L’ITALIA DISEGUALE

Le crescenti e sempre più insostenibili disuguaglianze sono causa d’inefficienza del Paese e di caduta della coesione sociale.

di Massimo Cipollone

Uno dei fenomeni di maggior rilievo, nel tempo della globalizzazione e della fase critica che attraversiamo, è la dimensione sempre più grande che va assumendo la “disuguaglianza”, sia tra i vari Paesi che all’interno degli stessi. E’ noto che, in ossequio alle teorie “neo-liberiste”, specie negli ultimi venticinque anni, i comportamenti individualistici sono divenuti nettamente prevalenti rispetto a quelli collettivistici. L’esito principale di questo sopravvento è stata proprio l’inarrestabile e intollerabile esplosione delle disuguaglianze. Solitamente si pensa che esse siano essenzialmente di tipo economico. In realtà esistono diversi tipi di disuguaglianze e le principali sono riconducibili a quelle di condizione, di trattamento e di opportunità. In questo scritto l’attenzione è rivolta alla disuguaglianza di “condizione” nel nostro Paese. Secondo uno studio dell’OCSE, le disuguaglianze hanno raggiunto in Italia un livello fra i più elevati e, da almeno trenta anni, sono in continuo aumento. Già, perché la crisi non colpisce tutti allo stesso modo. In effetti, nei tre anni 2007/2010, le disparità di reddito in Italia sono aumentate più che nei dodici anni precedenti e il 10% della popolazione più ricca ha visto aumentare il divario tra il proprio reddito e quello della popolazione più povera del 16%!? I ricchi sono sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri. Lo rileva l’OCSE, che ha stilato una specifica graduatoria, quanto a reddito, dei 34 Paesi economicamente più sviluppati. Ipotizzando un reddito equamente diviso fra tutti (che sarebbe il livello massimo di uguaglianza concepibile a livello teorico), l’OCSE ha stabilito un coefficiente pari a zero. In base a questo indice di riferimento, l’Italia risulta al quinto posto per livello di disuguaglianza di reddito dopo Messico, Turchia, Portogallo e Stati Uniti. In tutti gli altri Paesi dell’Unione Europea si registra un livello di disuguaglianza economica inferiore al nostro. E neppure di poco! Tanto per citare qualche esempio: il livello di disuguaglianza italiano è superiore del 50% a quello dei Paesi scandinavi, del 26% a quello della Francia e del 17% a quello della Germania. Ma c’è di più. Anche in Paesi nei quali la spesa sociale è pressoché identica a quella italiana, come ad esempio la Finlandia (classico modello socialdemocratico), l’erogazione di servizi pubblici migliori e più efficaci è riuscita, nello stesso periodo di tempo, addirittura a ridurre le diseguaglianze generate dal mercato e dalla crisi. 

Da più parti si tende ad addebitare all’esuberanza della spesa sociale (circa il 25% del PIL), le cause della eccessiva tassazione e degli squilibri della finanza publica italiana. Ora, se è indubbio che in Italia la pressione fiscale ha raggiunto livelli ormai insostenibili, va anche detto che la spesa per le poltiche sociali, in Italia, non è particolarmente difforme dalla media europea. Prendendo in esame un’altro studio dell’OCSE, relativo alle spese per le politiche sociali dei 34 Paesi più sviluppati si rileva che, nel 2010, la Francia impegnava il 28,4% del PIL, la Svezia il 27,3%, Austria e Belgio il 26,4%, la Danimarca il 26,1%, la Germania il 25,2%, la Finlandia il 24,9%, il Portogallo il 22,5%, la Spagna il 21,6%, la Grecia il 21,3%, la Norvegia il 20,8%, il Regno Unito il 20,5%, i Paesi Bassi il 20,1%, il Giappone il 18,7%, la Svizzera il 28,5%, la Nuova Zelanda il 18,4%, il Canada il 16,9%, l’Irlanda il 16,3%, gli Stati Uniti il 16,2% e l’Australia il 16,1%. Ma, come si diceva prima, diverse sono la qualità e l’efficacia della spesa sociale italiana che, a differenza di altre, risulta anche particolarmente sbilanciata. La spesa sociale si articola in sei settori: 1) Casa, 2) Disabilità, 3) Famiglia, 4) Lavoro, 5) Pensioni, 6) Salute. Vediamoli sinteticamente tutti.

1) In Europa, in genere, non si attribuisce grande attenzione alle politiche per la “casa”. Infatti, il Regno Unito vi destina più dell’1% del PIL all’anno, la Francia 0,8%, la Germania 0,6% e la Finlandia 0,25%. L’Italia, per questa capitolo, spende appena lo 0,02%. 

2) Per i “disabili”, tra i Paesi OCSE, solo USA, Giappone, Canada e Grecia fanno peggio di noi, che spendiamo meno del 2% del PIl, al pari di Francia e Germania. Il Regno Unito spende il 2,4% mentre la Finlandia il 4%. 

3) La protezione sociale in Italia, come si vedrà nel punto relativo alle pensioni, guarda più al passato che al futuro, per cui, destina veramente poco alle politiche per la “famiglia”. Contro il 3% di Francia, Regno Unito e Finlandia e il 2% della Germania, l’Italia che soffre il basso tasso di natalità e si riempie la bocca di “famiglia”, destina a queste politiche solo l’1,4% del PIL. Al proposito basta solo citare la carenza cronica di asili nido. 

4) Sono due e concomitanti le categorie di spesa per le politiche del “lavoro”: quella per il sostegno nei periodi di disoccupazione e la riattivazione di lavoro. Qui, complessivamente, Fra, Germania e Finlandia spendono oltre il 2% del PIl, mentre l’Italia cui continua a mancare una strategia contro la disoccupazione, spende lo 0,9% e il Regno Unito lo 0,5%. 

5) Per il settore “pensioni”, la spesa italiana è quella più elevata. Infatti, più del 57% dell’intera spesa sociale (ovvero il 14% del PIL), è destinato alle pensioni. Abbastanza prossima alla nostra è la spesa della Francia (il 13% del PIL), il 10% circa del PIL quella della Germania, il 9% quella della Finlandia, solo il 6% quella del Regno Unito dove è diffusa la previdenza integrativa privata supportata dai datori di lavoro.

6) Nel settore della “sanità” i livelli di spesa pubblica, tra i Paesi europei, risultano molto più omogenei che in quelli precedenti. Il 7,9% del PIL spende la Germania, il 6% Italia, Danimarca, Finlandia e Svezia, il 5,6% la Svizzera che è la spesa più bassa. Per quanto riguarda l’Italia vi è da dire, però, che esistono sensibili differenze sia in termini di spesa che di efficienza/efficacia, fra le strutture sanitarie delle diverse aree del Paese, in particolare tra sud, centro e nord.

Quelli sopra indicati sono i dati della spesa e si commentano da soli. Ciascuno può fare, da se, le considerazioni del caso. Ma una cosa va detta: nessuna formazione politica che abbia veramente in animo di proporre un progetto credibile di cambiamento di questo Paese, può prescindere dall’esigenza di affrontare e risolvere questa deleteria anomalia.

 

 

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