Le disuguaglianze economiche: un rischio per la democrazia nel mondo

di Massimo Cipollone

Gli ultimi due o tre decenni di fila, precedenti la grande crisi finanziaria ed economica avviatasi nel 2007, sono stati forse i più prosperi nella storia del capitalismo. Eppure, a differenza di quanto si pensava, le disuguaglianze economiche anziché ridursi, sono aumentate a dismisura. Nel diciottesimo secolo, sull’intero territorio terrestre, nessuna regione poteva vantare un livello di vita superiore più di due volte a quello della regione più povera. 

Oggi il paese più ricco, il Qatar, ha un reddito pro-capite di ben 428 volte più alto del paese più povero, lo Zimbabwe. Il divario profondo che si è formato tra la grande massa di popolazioni sempre più povere prive di qualunque prospettiva e la ristretta schiera di benestanti sempre più ricchi, dovrebbe indurre la politica (ma anche la gente comune), a qualche riflessione un po’ più approfondita. Giacché, se la possibilità di sopravvivenza ovvero di un lavoro dignitoso diviene impossibile da soddisfare, inevitabilmente, finirà per scatenarsi una guerra brutale fra i pochi privilegiati ed i moltissimi bisognosi. 

Nel 1960, la retribuzione netta media dei manager delle più grandi aziende statunitensi era 12 volte più di quella media dei propri dipendenti; nel 1975 questa differenza era salita a 35 volte; nel 1980 a 42; nel 1990 ad 84; nel 1995 a 135; nel 2000 a più di 400 e nel 2002 addirittura a 532 volte. Dal 1985 al 2007, la maggior parte dei vantaggi dovuti al progresso economico (alla “crescita”), nei 34 paesi più sviluppati (OCSE), è andato ad un numero ristretto di persone che già prima guadagnavano un reddito molte elevato. 

Il World Institute for Development Economics Research (l’Istituto mondiale di ricerca sull’Economia dello Sviluppo delle Nazioni Unite con sede ad Helsinki) rileva che, nel 2001, l’uno per cento della popolazione totale del mondo possedeva, da solo, il 40 per cento della ricchezza mondiale e il 10 per cento più ricco deteneva l’85 per cento della ricchezza mondiale totale. Di contro, la metà più povera della popolazione del pianeta, possedeva appena l’uno per cento della ricchezza globale! Inoltre, le 20 persone più ricche al mondo possedeva risorse pari a quelle del miliardo di persone più povere! 

Negli ultimi venticinque anni negli Stati Uniti, fino al 2007, il numero dei miliardari si è moltiplicato di quaranta volte mentre la ricchezza aggregata dei 400 americani più ricchi è salita da 169 a 1.500 miliardi di dollari. Durante gli anni della crisi, dal 2007 al 2011, questa dinamica si è fortemente accelerata dato che il numero dei miliardari USA ha raggiunto la cifra record di 1.210 mentre la loro ricchezza aggregata, da 3.500, è passata a 4.500 miliardi di dollari. Complessivamente, oggi, il patrimonio aggregato delle 100 persone più ricche al mondo, è pari a quasi due volte quello dei 2,5 miliardi di persone più povere. Calcola inoltre l’Istituto, che l’uno per cento della popolazione mondiale più ricca possieda, oggi, un patrimonio superiore di quasi 2.000 volte quello del 50% della popolazione mondiale più povera. Nel contempo, l’Organizzazione Internazionale del Lavoro stima in tre miliardi le persone che vivono, oggi, sotto il livello della povertà, fissato in due dollari di reddito al giorno. 

Nel 1998 John Galbraith, documentava che il 20 per cento della popolazione mondiale si accaparrava già l’86 per cento di beni e servizi prodotti nel mondo, mentre il 20 per cento più povero riusciva a consumarne appena l’1,3 per cento. Oggi, a distanza di quindici anni, il 20 per cento più ricco della popolazione mondiale consuma il 90 per cento dei beni e servizi prodotti, mentre il 20 per cento più povero ne consuma solo l’1 per cento. 

In sostanza, nel corso degli ultimi venti/trenta anni, mentre la tanto celebrata società dei consumi perdeva progressivamente la capacità di consumare, si sono andati consolidando due mondi separati e diversi pressoché privi di punti di contatto tra di loro e che, ormai, faticano a comunicare. Due mondi che attraversano, trasversalmente, le realtà sociali di tutti i paesi della terra. 

I primi anni del terzo millennio, in particolare i più recenti caratterizzati da una crisi economica senza precedenti, non sembrano evidenziare alcuna inversione di tendenza rispetto al modello di crescita economica che ha portato a questi disastrosi risultati. Anzi, squilibri e disuguaglianze già così rilevanti, si vanno rapidamente accentuando. Continuare a considerare tanta ingiustizia semplice parte, seppur eccezionale, del panorama della “normalità” è pura follia. 

Senza alcuna variazione di linea, senza porre severi limiti alla speculazione finanziaria, senza favorire concretamente il ritorno della convenienza ad investire  nell’”economia reale”, seppur dovesse ripartire l’auspicata “crescita economica”, per la gran parte della popolazione non si annuncia un futuro migliore. Al contrario, si dovranno attendere maggiore povertà ed ulteriori e più profondi aumenti delle disuguaglianze. Insomma, come diceva Albert Einstein, “i problemi non si possono mai risolvere con il modello di pensiero che li ha originariamente provocati”. 

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