Fraine, Il giorno del ringraziamento. A chi fa male la cultura?

di Giuseppe Catania

Dopo una gestazione lenta e faticosa, “Il giorno del ringraziamento” a Fraine doveva tenersi nel mese di luglio di quest’anno. La proposta era stata  lanciata in un nostro servizio fin dal mese di novembre dello scorso anno e aveva suscitato interesse, curiosità ed entusiasmo soprattutto tra la popolazione del luogo e dell’ Alto Vastese.

Da parte di queste popolazioni è stata grande la sorpresa nel constatare come il “Thanksgiving Day” non abbia avuto luogo nel piccolo centro abruzzese. Ci sono oscure e appaiono assolutamente incomprensibili le ragioni di questa défaillance.  Autolesionismo o misere beghe paesane? Pusillanimità, ignavia o cos’ altro? Si rimane sconcertati. “Il giorno del ringraziamento” infatti non è una sagra paesana delle “sagne e fagioli” o della “ventricina” o della “polenta”… L’ avvenimento si basa su fondamentali valori sociali, culturali e morali nonché su una secolare tradizione religiosa, che risale  al 1621. Negli Stati Uniti è la festa nazionale più importante dell’ anno. Un evento connotato da un planetario interbeing fatto di solidarietà, altruismo, pacificazione, rispetto ed etica verso se stessi e verso gli altri, superando comportamenti faziosi e contrasti da cortile, rancori, cattiverie e invidia, maldicenze e frustrazioni, egoismo e ostilità, sempre presenti in ogni comunità.

L’ iniziativa poteva costituire un evento epocale e comunque rappresentare un potente fattore di crescita sociale e morale, di promozione e  valorizzazione per Fraine e la sua gente, oltrepassando una lunga condizione di isolamento e immobilismo. Un’ occasione unica e irripetibile di feconda convivenza, benessere mentale, serenità e tranquillità interiore.

La domanda è allora questa: “A chi fa male la cultura?”. Che è uno dei massimi beni dell’ umanità. La cultura fa paura perché è crescita e indice di maturità della persona, è autonomia, indipendenza, contro vessazioni, arroganza, villanie, ingiustizie, soprusi, commessi da piccoli uomini forti con i deboli e servili con i potenti. Ogni passo avanti in questo senso- ha scritto un grande autore, Mario Vargas Llosa-  genera “crisi di ansia, insicurezza e panico”. I nemici della cultura sono dei “paranoici inveterati”. Fatto che evoca la famosa frase di un ufficiale tedesco: “Quando sento la parola cultura, metto mano alla pistola”. Hanno paura di tutto e così vivono nel rassicurante sonno di Aligi. La novità, la cultura dunque vissute come “male”, l’ immobilismo come “bene”. Ci troviamo di fronte a un paradigma esistenziale e antropologico, che può illuminare sulla condizione di molti piccoli paesi di montagna che vivono o sopravvivono e che possono morire di inedia.

Infatti, l’ inesorabile esodo dalle montagne, la crisi dell’ antica civiltà ed dell’economia, il declino demografico, una politica sbagliata o inesistente e i residenti ridotti ad un esiguo numero di anziani hanno procurato crepe strutturali e psicologiche irreversibili. Una decadenza  inesorabile. Passando attraverso  le strette stradine dei piccoli paesi di montagna, difatti abbandonati e dimenticati, ci si trova immersi in una condizione esistenziale surreale, in cui la vita e il tempo sembrano essersi fermati e dove il silenzio, soprattutto nei mesi invernali,  ne diviene il padrone.

Oggi, anche il paesaggio, che racconta ancora l’ interazione uomo-ambiente, viene “deturpato”.  Le pale eoliche  rappresentano, al di là dei  vantaggi, un impatto paesaggistico “devastante”. E’ una violenza alla natura e all’ essere umano. Un bel paesaggio, oltre a generare intense emozioni e toccare l’ animo, apporta notevoli vantaggi al benessere fisico  e mentale dell’ individuo, come ha dimostrato la scienza. 

Sull’ intera vicenda infine  abbiamo  chiesto al professor Guido Brunetti, che aveva sostenuto l’ iniziativa,  un suo giudizio. Lapidaria ed eloquente la risposta: “Nessun commento, déjà vu”.

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