Sessanta anni fa l’inferno di Marcinelle

Marcinelle, 8 agosto 1956, ore 8,10: miniera di carbon fossile del Bois du Cazier. 274 minatori del primo turno da circa due ore, sono al lavoro. All’improvviso la tragedia, una delle più gravi nella storia dell’emigrazione italiana, che si consumò nel cuore dell’Europa, da poco uscita dalla Seconda Guerra Mondiale. Una errata di una manovra da parte di un operaio italiano, Antonio Iannetta, molisano, provoca un incendio. Non parlava bene il francese Iannetta, si dirà, e chiamò l’ascensore sul quale venivano caricati i carrelli di carbone che dal basso risalivano in superficie quando non avrebbe dovuto. Una versione dei fatti mai confermata: il minatore, due giorni dopo la sciagura, fu mandato in Canada. L’incendio divampò a 975 metri di profondità. Nel giro di pochi minuti, i pozzi della miniera si riempirono di fumo e di fuoco, rendendo praticamente impossibili e sostanzialmente inutili i soccorsi. La morte colpì di 262 minatori, 136 dei quali italiani, 95 belgi, 8 polacchi, 6 greci, 5 tedeschi, 5 francesi, 3 ungheresi, un inglese, un olandese, un russo e un ucraino. Soltanto 13 superstiti furono tirati fuori il primo giorno.

Fra i 136 italiani vi erano 61 minatori abruzzesi. Dal 1946 al 1956 il numero dei lavoratori, provenienti dall’Italia, furono 140.000, 18.000 donne e 29.000 bambini. Nelle miniere belghe, in altri incidenti, morirono oltre seicento connazionali. Per anni si cercò di far luce sulle reali cause della disgrazia, ma con molta fatica e tra tanti, troppi silenzi.

Un sacrificio alto quello pagato da chi era andato a Marcinelle, per seguire un sogno di libertà e di riscatto e invece si trasformò in un inferno.

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