‘Ndrangheta, maxi operazione dei carabinieri in Abruzzo

Dalle infiltrazioni della malavita pugliese, campana, dal traffico di droga con i Balcani e una ben strutturata rete di collaborazioni con sul territorio, alla ‘Ndrangheta. 19 arresti sono stati eseguiti in queste ore in Abruzzo. L’operazione, scattata all’alba, è stata predisposta ed è coordinata  dalla Direzione Distrettuale Antimafia de l’Aquila. Sono stati dispiegati numerosi carabinieri in Lombardia, Campania, Calabria e Abruzzo, regione nella quale operano gli uomini dell’Arma del Comando Provinciale di Chieti, supportati da unità cinofile ed elicotteri. 36 gli indagati nel blitz denominato “Design”. 28  le ordinanze applicative di misure cautelari di cui 10 in carcere, nove agli arresti domiciliari e 9 non detentive ed interdittive, nei confronti di alcuni calabresi e abruzzesi indagati di associazione per delinquere di stampo mafioso, traffico di stupefacenti, usura e altro. Le indagini sono partite da Francavilla al mare. Sequestrati beni per svariati milioni di euro.

banner-660x150I provvedimenti che hanno portato agli arresti, sono stati emessi nei giorni scorsi dal Giudice per le indagini preliminari presso il Tribunale di L’Aquila, Giuseppe Romano Gargarella che, concordando con le risultanze investigative, ha accolto la richiesta avanzata dal pubblico ministero, Antonietta Picardi.

Le indagini, iniziate nel  2014 e fino al 2016, hanno consentito di portare alla luce, per la prima volta sin dalla fase investigativa, una consorteria criminale costituita, organizzata e consolidata sul territorio abruzzese, con le connotazioni tipiche della criminalità organizzata calabrese, i cui promotori e sodali principali provengono dall’area calabrese e sono strettamente collegati, per parentela diretta o indiretta e per fitte reti di scambio criminale, con le più note famiglie ‘ndranghetiste della cosidetta “Locale di Africo”.

A capo della struttura, Simone Cuppari, 36enne di origini calabresi e da tempo residente sulla costa chietina. L’uomo aveva consolidato un efficiente e proficuo canale di approvvigionamento di ingenti quantità di stupefacenti (prevalentemente cocaina) da un analogo gruppo di affiliati alla ‘ndrangheta, stanziati in Lombardia, a loro volta riconducibili, per vincoli di sangue o parentela acquisita, alle famigerate famiglie della “Locale di Platì”, dai quali approvvigionavano carichi di cocaina con cadenza periodica. La sostanza veniva quindi distribuita nel mercato abruzzese, prevalentemente nelle provincie di Chieti e Pescara, dai sodali ai vari livelli discendenti e da elementi della malavita locale contigui al sodalizio.

I proventi dello spaccio della droga venivano quindi, reimpiegati nell’acquisizione di attività commerciali – nel settore della raccolta di scommesse elettroniche e nella ristorazione – e in episodi di usura in danno di piccoli commercianti ed imprenditori locali in difficoltà, moltiplicando, in tal modo, i guadagni.

In questo scenario si inquadrano i reati tipici del contesto criminale di riferimento, commessi avvalendosi delle condizioni di assoggettamento ed omertà che derivano dalla forza intimidatrice che esercita tale appartenenza, cedendo denaro a piccoli imprenditori e commercianti in difficoltà e pretendendo da essi interessi esorbitanti, quasi paradossali (in un caso a fronte di un prestito di 20mila euro, la vittima doveva restituire, dopo un mese, il doppio. Il malcapitato, nell’arco di pochi

mesi, si è visto costretto a pagare oltre 220mila euro, facendo anche ricorso, per costringerli a pagare, ai tipici metodi mafiosi: minacce incendi di negozi, di autovetture, o appropriandosi di beni materiali per valori evidentemente superiori al debito (veicoli, merci, etc).

I profitti così realizzati venivano, in parte, reimpiegati in attività imprenditoriali in Calabria, ad esempio nel commercio di autoveicoli e nella realizzazione di villaggi turistici di grandi dimensioni.

Le indagini, infatti, hanno messo in luce la particolare propensione del gruppo ‘ndranghetista, in specie dei suoi vertici, nell’investimento dei capitali, acquisiti illecitamente, in attività imprenditoriali e commerciali, nonché la capacità di infiltrarsi nel tessuto economico e sociale, anche, e paradossalmente, attraverso il consenso acquisito, costituendo per taluni personaggi locali fonte di lavoro e di sostentamento.

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