Carceri, la Uil Polizia Penitenziaria torna a denunciare la grave situazione negli istituti abruzzesi

Quasi 8000 aggressioni in un anno a cui si affiancano poco meno di 10.000 casi di autolesionismo e circa 11 mila manifestazioni di protesta non collettiva: gli eventi critici all’interno delle carceri sono in continuo aumento. Vicino ad un organico che decresce di pari passo all’aumentare del lavoro, delle criticità e dei nuovi sistemi di sicurezza, aumentano gli episodi che disturbano la vita all’interno degli istituti penitenziari creando problematiche ai detenuti e agli agenti in servizio. Litigi, episodi di violenza ma anche proteste ed evasioni sono fenomeni che raggiungono numeri importanti sono un segnale di come le problematiche legati alla vita nelle galere, senza gli adeguati mezzi e la professionalità del personale che vi lavora, rappresenti un vero pericolo, sia per i detenuti stessi che per i poliziotti in servizio.

“Sono dati significativi, che oltre a mettere in evidenza come la disparità numerica derivante dall’alto numero di detenuti rispetto ad un organico fermo da troppo tempo, si ripercuote sulla qualità del lavoro di chi rappresenta lo Stato all’interno del carcere, devono far pensare sul ruolo delle strutture penitenziarie – sostiene Angelo Urso, segretario generale della Uil Polizia Penitenziaria- Se il carcere deve rieducare e tra le sue mura si registrano situazioni di violazioni delle regole di civile convivenza, c’è bisogno di mettere mano alla loro gestione-organizzazione. Se le persone non rispettano le regole all’interno del carcere come si può pensare che lo facciano una volta scontata la pena?  Prima del reinserimento sociale bisogna pensare a progetti di educazione intramurale”.

Ad oggi, nei reati, il primato lo detengono gli stranieri: le colluttazioni hanno coinvolto 3.051 italiani rispetto 3.501 stranieri, così come il rapporto nei ferimenti è di 405 a 544. “La gestione dei detenuti stranieri deve essere rivista – prosegue Urso – hanno una cultura diversa dalla nostra e regole di civile convivenza differenti da quelle che abbiamo noi. Questo inquina i rapporti di relazione interna: un italiano in cella con straniero fa fatica a convivere e quando per questioni di sovraffollamento si mischiano è più facile che questi litighino tra loro. Anche all’interno dei detenuti stranieri bisognerebbe dividerli in base alle etnie: le forme di xenofobia più importanti sono quelle dei cittadini dell’est nei confronti di carcerati magrebini o provenienti dalle regioni centrali dell’Africa”.

Solo nei tentati omicidi gli italiani superano gli extracomunitari con un rapporto di 3 a 1. Voce da non tralasciare, invece, è quella dell’autolesionismo, una forma di protesta e allo stesso tempo una pretesa di attenzione quando le rivendicazioni del detenuto, per vari motivi non viene accettata. “Quanto più è alta la percentuale dei detenuti stranieri – spiega Urso – tanto più sono numerosi gli atti di autolesionismo. Al contrario, i suicidi sono sintomatici di un senso di appartenenza a una comunità, un senso di vergogna che nella propria patria galera porta più italiani a commettere tragici gesti”.

Le proteste sono un’altra situazione di disagio per la vita all’interno del carcere: oltre 100 mila persone hanno protestato. Nelle proteste “non collettive” 1.992 hanno rinunciato a vitto e terapie (la forma più diffusa di protesta) mentre 2.190 hanno sfogato la loro rabbia in danneggiamenti dei beni dell’amministrazione.

Per quanto riguarda, invece, le “proteste collettive” 96.327 detenuti coinvolti, portate avanti rifiutando il cibo o con le rumorose percussioni di oggetti contro i cancelli o le inferiate. Oltre 43 mila hanno protestato contro le condizioni di vita in carcere e 52618 a favore o contro le misure legislative.

Un capitolo importante lo ricopre la voce evasione. La maggioranza delle evasioni dal carcere viene effettuata da detenuti stranieri (5 a 1) mentre i casi che vedono gli italiani evadere sono quelle situazioni tipo permessi premio o da situazione di semilibertà.

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