Omicidio D’Elisa: no alla perizia psichiatrica su Fabio Di Lello

“Lotteremo in dibattimento: il processo è senza dubbio delicato e in aula cercheremo di dimostrare che il nostro assistito era in condizioni psiche particolari”.

In altre parole, cerare di far cadere l’ipotesi della predeterminazione. E’ la strategia che tracciano gli avvocati Giovanni Cerella, Pierpaolo Andreoni e Antonello Cerella, che preannuncia come si muoveranno dal 20 marzo prossimo, in Corte d’Assise. I legali assistono Fabio Di Lello, 34 anni, che deve rispondere di omicidio volontario, con l’aggravante di aver pianificato l’assassinio di Italo D’Elisa, e di porto illegale d’arma da fuoco. Oggi, nella seconda udienza davanti al presidente Marina Valente, giudice a latere, Andrea Beli, e ai 6 giudici popolari, 4 donne e due uomini, i Cerella e Andreoni hanno visto respinte le loro richieste.

Due volte la Corte si è riunita in camera di consiglio per rispondere ad altrettante eccezionali preliminari prospettate dai legali di Di Lello. Una prima per pronunciarsi sulla eccezione per limitare l’ammissione delle parti civili ai soli genitori e il fratello di Italo; l’altra, più importante sotto l’aspetto procedurale, la richiesta di giudizio con rito abbreviato, condizionato però alla perizia psichiatrica su Di Lello. “C’è una documentazione medica dalla quale si evince che il 30 gennaio (due giorni prima che sparasse al 21enne e lo uccidesse in via Perth, davanti al Drink Bar, con tre colpi di pistola, ndr) e dopo sette mesi di cure (iniziate subito aver perso la moglie, Roberta Smargiassi, 34 anni, nell’incidente tra lo scooter della giovane donna e la Fiat Punto di Italo, all’incrocio tra corso Mazzini e via Giulio Cesare, ndr) l’imputato, secondo la prof. Carlesi, mostrava segni di cedimento, la sua mente stava andando in corto circuito – hanno affermato Cerella e Andreoni per far breccia nei giudici togati e laici.

Tesi difensive che non hanno trovato accoglimento. Anzi, tra le righe del dispositivo con le quali sono state respinte, la Corte ha descritto l’imputato “lucido, tranquillo, predisposto al colloquio” e pur riconoscendo il suo “stato depressivo” ha affermato che “comunque l’imputato ha commesso il fatto”. In aula, poi, la presidente Valente, prima di ritirarsi e deliberare, ha chiesto al Di Lello se volesse formulare la richiesta di rito alternativo condizionato alla perizia psichiatrica. E con calma, Di Lello, dopo essersi alzato in piedi, ha risposto affermativamente. Un sì che è passato come un riscontro sulle sua capacità critiche.

Si tornerà in aula il 20 marzo prossimo, ale ore 10, con le parti civili  che comprenderanno anche nonni e zii del D’Elisa, che saranno presenti e rappresentati nel processo, che proseguirà con rito abbreviato ‘secco’. I pareri medici  faranno di nuovo la loro comparsa nel tentativo di smontare la predeterminazione sulla quale, invece, insisterà la pubblica accusa, sostenuta da Giampiero Di Florio e Gabriella De Lucia.

Ma oggi, dopo aver ascoltato le conclusioni di quelle allarmanti valutazioni sanitarie, vien da chiedersi perché nessuno le abbia prese in seria considerazione prima di quel pomeriggio del 1° febbraio.

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