Omicidio D’Elisa: il 24 marzo la sentenza di primo grado

“Mi pento di quel che ho fatto. Ho una grande amore per mia moglie e quel che è avvenuto è frutto di follia, non ero più io. Soffro maledettamente per quel che ho fatto”.

Sono le parole pronunciate alla Corte d’Assise di Lanciano, presidente Marina Valente, giudice a latere, Andrea Beli, e da 6 giudici popolari, 4 donne e 2 uomini, da Fabio Di Lello. Per lui, accusato di omicidio volontario, con l’aggravante di aver pianificato l’assassinio di Italo D’Elisa, pesa una richiesta all’ergastolo sulla quale il prossimo 24 marzo dovranno pronunciarsi i giudici togati e laici. Fabio ha parlato a conclusione delle terza udienza, svoltasi con rito abbreviato e quindi a porte chiuse, per l’omicidio del 21enne, ucciso per strada, a Vasto, a distanza di sette mesi dalla morte della moglie di Fabio, Roberta Smargiassi, 34 anni, persa nell’incidente tra lo scooter della giovane donna e la Fiat Punto di Italo, all’incrocio tra corso Mazzini e via Giulio Cesare.

Una condanna sollecitata dai pubblici ministeri Giampiero Di Florio e Gabriella De Lucia a conclusione di una lunga e dettagliata requisitoria. Per la pubblica accusa, nessun dubbio sulla volontà dell’imputato di eliminare Italo. La determinazione ad uccidere il giovane la si desume anche dal numero dei colpi sparati quel pomeriggio del 1° febbraio, in via Perth. Quattro in tutto, esplosi a distanza ravvicinata, con un solo proiettile andato a vuoto. Per i pm, Fabio, 34 anni, si sarebbe potuto fermare dopo l’esplosione del primo invece di premere ancora il grilletto. Aspetto di non poco conto per la pubblica accusa, che ha insistito molto sulla dinamica dell’omicidio per poter rafforzare l’impianto accusatorio, incentrato sulla preterintenzionalità. E che l’assassinio fosse stato preparato ci sono altre carte che lo proverebbero. Nessuna riscontro sulla famosa telefonata con la quale qualcuno avrebbe avvisato il panettiere delle presenza di Italo in via Perth, ma altri elementi. Come la pistola detenuta dall’ex calciatore. Di Florio li ha esposti tra l’altro con l’ausilio di slide e i frame del filmato registrato dalle telecamere della video sorveglianza, sistemate nei pressi del Drink Bar, dove si è consumata la tragedia. Immagini che hanno turbato molto i familiari di D’Elisa, a cominciare dalla madre che, alla loro vista, è dovuta uscire, stringendo ancor più forte a se la felpa preferita del figlio. Non è più rientrata in aula e ha atteso la conclusione dell’udienza fuori, circondata dai parenti.

Dopo una breve interruzione, decisa a conclusione degli interventi delle parti civili, il processo è ripreso alle ore 14, con le arringhe dei difensori. Ha iniziato Giovanni Cerella, che è tornato a insistere sulle condizioni psico-fisiche del suo assistito per arrivare quanto meno ad una attenuazione delle aggravanti che pesano su Di Lello. “Dalla notte del 1° luglio scorso la vita di Fabio è stata sconvolta – ha detto Cerella -. Giorno dopo giorno è peggiorata. Lo dimostrano pure le consulenze mediche alle quali è stato sottoposto e che non hanno trovato spazio in questo processo”. E poi è tornato ad insistere su un altro punto: il possesso della pistola. “Si era procurata l’arma per lui, era pronto ad un gesto di autolesionismo”. In linea con Cerella, l’altro difensore del Di Lello, Pierpaolo Andreoni, che ha insistito nel suo intervento sulla insussistenza della predeterminazione.

Venerdì prossimo la sentenza.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *