Omicidio D’Elisa: condannato a 30 anni Fabio Di Lello

Trent’anni di carcere. Questa la sentenza della Corte d’Assise di Lanciano, presieduta da Marina Valente, nei confronti di Fabio Di Lello. Il dispositivo è stato letto dopo 3 ore e 24 minuti ore di camera di consiglio. Sono state accolte in parte le richieste della pubblica accusa, anche perché la scelta di celebrare il processo con rito abbreviato ha portato ad una riduzione della condanna complessiva a 30 anni. Nella fase dibattimentale i pm avevano sollecitato il massimo della pena per il 33enne fornaio nella panetteria di famiglia. Resta l’aggravante dell’omicidio premeditato ma sono cadute alcune aggravanti come la ‘minorata difesa’, consistente nell’approfittare di circostanze agevolate per commettere il delitto. La Corte ha stabilito una provvisionale di 40mila euro a favore dei genitori e del fratello della vittima, rigettando tutte le altre richieste.

Hanno trovato dunque spazio nei giudici togati e laici le tesi difensive degli avvocati Giovanni Cerella e Pierpaolo Andreoni. Sia nel corso del dibattimento che poco prima che il collegio si ritirasse, presentando una memoria, hanno insistito con forza sull’elemento psicologico nel quale ha agito il loro assistito, che ha portato al delitto di Italo D’Elisa. Un assassinio, come sostenuto dai pm Giampiero Di Florio e Gabriella De Lucia, preparato e che si è consumato il primo febbraio scorso davanti al Drink Bar, in via Perth, a Vasto.

Sul verdetto di primo grado con rito abbreviato per l’omicidio del 22enne, freddato con tre colpi di pistola calibro 9 il primo febbraio di quest’anno, hanno avuto il loro peso le consulenze specialistiche poste all’esame della Corte e il pentimento di Fabio. In cura dal luglio scorso, dopo la morte della moglie, Roberta Smargiassi, 34 anni, persa nell’incidente tra lo scooter della giovane donna e la Fiat Punto di Italo, all’incrocio tra corso Mazzini e via Giulio Cesare, il panettiere nel forno di famiglia era finito mentalmente in un imbuto. Ha vissuto per mesi in un vortice fatto di dolore, ricordi e il suo grande amore spazzato via per sempre. Fabio e Roberta, Fabio senza Roberta. Un peso enorme da sopportare che, giorno dopo giorno, lo ha portato a un distacco dalla realtà, fino al corto circuito del febbraio scorso. Questo il quadro clinico, purtroppo sottovalutato da chi gli era più vicino. Ma qui si entra nel campo dei se e dei ma, che adesso contano davvero poco. Fabio si è smarrito e ha ucciso quel 22enne, pensando che quella fosse la cosa giusta da fare. Giustizia per Roberta, che nella mente dell’ex calciatore (e non solo nella sua) non arrivava. Sollecitata con una fiaccolata e tappezzando la città di manifesti e striscioni si chiedeva che Italo fosse quantomeno sottoposto a qualche provvedimento. Dava fastidio che se ne andasse in giro, libero. Per il giovane, però, che stesse pur viveva un fortissimo stato di disagio, non è stato possibile ricorrere a qualche forma di protezione. Non c’era nessun elemento che potesse giustificarne l’applicazione: al momento dell’incidente non era sotto effetto di droghe e non aveva bevuto. Si era fermato e aveva anche prestato soccorso a Roberta.

Le considerazioni sui social e le immagini dell’incidente tratte dalle registrazioni delle telecamere poste nell’incrocio, hanno fatto il resto. Pochi attimi di filmato per dedurre alcuni comportamenti sui quali si sarebbe comunque discutere nel processo al quale Italo sarebbe stato sottoposto. Per lui, infatti, era pronta la richiesta di rinvio a giudizio, come si è saputo qualche giorno dopo la morte. Fabio lo ignorava ma quei frame, che qualcuno ha fatto girare su Youtube, rimosse solo dopo la diffida della famiglia di Roberta, hanno finito per far salire il rancore nei confronti di Italo.

La difesa, come si diceva, ha cercato in ogni modo di smontare le tesi sostenute dai pm Di Florio e De Lucia. Nessuna provocazione quel primo febbraio, l’incontro con Italo, forse non casuale, in via Perth, Fabio che lo vede e torna in auto per prendere la semiautomatica e sparargli sono tra gli elementi portati in aula dall’accusa per chiedere la pena dell’ergastolo.

In un percorso quasi obbligato, Cerella e Andreoni hanno dapprima chiesto che il processo venisse celebrato con rito abbreviato condizionato a una perizia psichiatrica e, una volta respinto, hanno presentato una dettagliata documentazione medica per dimostrare il particolare stato psicologico del loro assistito. I margini per i due legali per tentare di far cadere in Corte d’Assise d’Appello la premeditazione sono ora più ampi.

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