Poteva essere salvata la CariChieti? /1

In questi giorni, sono stati notificati dalla nuova CariChieti  (acquistata da Ubi Banca e oggi Banca Teatina) gli atti di citazione per le azioni di responsabilità che riguardano gli ex amministratori della banca, l’ex direttore generale nonché i precedenti  amministratori di fatto, Domenico Di Fabrizio e Francesco Di Tizio.

Una novità importante che arriva nel momento in cui si è tornati a parlare e a scrivere con insistenza sulla vicenda, con una domanda che non abbandona mai la scena: ma perché è fallita la CariChieti?

Un interrogativo sul quale ruota l’inchiesta avviata dal Procuratore Capo della Repubblica di Chieti, Francesco Testa e dal Sostituto Giuseppe Falasca, pochi giorni fa sentiti dalla Commissione parlamentare d’inchiesta sul sistema bancario e finanziario. Dall’esame delle carte, dalla testimonianze, dalle perizie eseguite e dai controlli svolti dalla Vigilanza della Banca d’Italia, vien fuori che il crac dell’istituto di credito si sarebbe potuto evitare. Molti elementi che fanno ritenere che quella strada potesse essere percorsa si trovano nella sentenza del Tribunale Civile di Chieti, del 14 luglio 2016. Come in un passaggio delle motivazioni di quel verdetto, inerente la dichiarazione dello stato di insolvenza della banca. Nelle pagine scritte dal Presidente Geremia Spiniello e dai magistrati Alberto Iachini Bellisarii e Nicola Valletta, che ne è stato anche il giudice relatore, si afferma chiaramente che la CariChieti, nonostante avesse posto in vendita dal 2011 le obbligazioni subordinate che avevano determinato comunque un passivo nelle sue casse, non poteva considerarsi insolvente al momento della risoluzione.

Un aspetto non di poco conto e che apre scenari interessanti tanto sulla gestione della banca, sugli interventi della Banca d’Italia, che nelle fasi che hanno accompagnato il passaggio da Cassa di Risparmio di Chieti alla nuova CariChieti.

Probabilmente, anche per queste ragioni, nel registro degli indagati della Procura teatina, con l’ipotesi di bancarotta fraudolenta, sono stati iscritti due ex Commissari della banca centrale italiana. Ciò sembrerebbe fare della CariChieti un caso diverso da quello che ha investito altre banche italiane. L’unico filo che la lega a Banca Etruria, Popolare di Vicenza, Cassa di Risparmio di Ferrara, Banca Marche, sono le modalità di vendita delle obbligazioni: sottoscrittori di profilo medio, scelti tra titolari di depositi non particolarmente consistenti. Clienti con i quali esisteva un consolidato rapporto di fiducia e ai quali prospettare velocemente più la convenienza di acquisto delle obbligazioni, che i rischi. In fin dei conti si parla di una banca territoriale, che contava 70 filiali, sparse in prevalenza in Abruzzo, che negli anni che vanno tra il 1960 alla fine del 1980, è stata sempre vicina a partiti di centro nella prima Repubblica. E in questa regione, quel centro aveva un grosso peso nelle scelte e nelle nomine, anche ai vertici della banche. Una fiducia consolidata, quindi, che ha fatto chiudere le trattative sui titoli subordinati in breve e senza sospetti. ‘Vittime’ che avevo in deposito somme di denaro accantonati in attesa che i figli si sposassero o per contare su euro per le spese da destinare a medici e avvocati, come si addice a risparmiatori oculati. C’è stato chi ha scommesso somme più consistenti, come un professionista di un centro del vastese, che ha investito ben 400mila euro. Per sperare di riprenderli, dopo essersi rivolti a associazione che sostengono i consumatori e che hanno avviato azioni di recupero collettive, sia il professionista che gli altri sperano nel buon esito dell’arbitrato, anche se è un’arma a doppio taglio: potrebbero riavere indietro tutti i soldi, ma non è certo. Non solo correntisti tra le ‘vittime’ però: tra gli acquirenti, figurano persino amministratori e dipendenti della Cassa di Risparmio di Chieti.

Per tornare alla mancata salvezza della banca, la CariChieti è stata messa sotto osservazione dalla Vigilanza della Banca d’Italia a più riprese “a ragione di gravi irregolarità amministrative e gravi violazioni, emerse in precedenti accertamenti ispettivi”. Si legge nella sentenza del Tribunale Civile teatino, che i commissari ritenevano che al 30 settembre 2015 la perdita di esercizio era di oltre 121 milioni di euro, rispetto a un capitale sociale di 80 milioni, con un patrimonio netto di 60 milioni e un common equity tier, cioè l’indice patrimoniale che indica la solidità della banca , al 4,01 per cento.

Sempre nel 2015, la Banca d’Italia rendeva una propria valutazione provvisoria, rilevando ulteriori perdite per 19,6 milioni di euro e un patrimonio netto sceso a 48 milioni di euro.

Una situazione che ha aperto le porte all’avvio della risoluzione tra la vecchia Cassa di Risparmio e la nuova CariChieti, il 21 novembre di quell’anno.

Ma perché non si è cercato di dar vita a una ricapitalizzazione e evitare il fallimento della Cassa?

Molte delle ragioni si trovano appunto nelle motivazioni, che contengono una illuminante ricostruzione dei movimenti. A conti fatti, nella cessione dei diritti, attività e passività alla banca ponte, cioé la nuova CariChieti, risultava che la Cassa di Risparmio di Chieti, si registrava che le “sole passività scaturite dai debiti subordinati non computabili, cioé le obbligazioni, ammontavano a 18,3 milioni di euro, con conseguente riduzione del deficit di cessione da 45 milioni a 26,7, coperto dal fondo di risoluzione posto in essere presso la Banca d’Italia. In definitiva, 27 milioni come debito al fondo e 18 dalle obbligazioni subordinate. Una situazione che ha fatto scegliere la via della dichiarazione di insolvenza per “l’incapacità del socio di maggioranza di fronteggiare finanziariamente la crisi”. Insomma, si è proceduto così come era avvenuto per Banca Marche, Popolare Etruria e Cassa di Risparmio di Ferrara. Il 21 novembre 2015, si certificava, a 14 mesi dai controlli eseguiti dalla Vigilanza di Banca d’Italia, l’avvenuto dissesto e si chiedeva la procedura alla risoluzione.

Eppure il 30 settembre 2015, gli inventori, cioè i periti, affermavano che il “patrimonio è positivo” e che tra l’altro si era “avviato l’azzeramento del patrimonio”. Non solo: sottolineano i tecnici che le “improvvide valutazioni dei commissari straordinari e della Banca d’Italia in sede di valutazione provvisoria d’urgenza, abbiano determinato oggi una condizione di insolvenza la cui valutazione di sussistenza va però resa all’atto della risoluzione”. In altre parole, pur riscontrando delle anomalie, pur mettendo nero su bianco il fatto la Cassa non era messa così male, si portò in evidenza condizioni di insolvenza.

D’altro canto, al Tribunale Civile di Chieti, il quesito sul quale pronunciarsi riguardava se e quando l’ente bancario fosse diventato insolvente. Ma c’è dell’altro. La CariChieti, come risulta dalla documentazione del 20 novembre 2015, non ritenne di far conoscere l’iter di formazione della situazione contabile al 30 settembre 2015. Nelle motivazioni in proposito si scrive: “Se dunque la produzione del 20 maggio 2016 non consente di accertare compiutamente i criteri e metodi che fino al 21 novembre 2015 l’hanno portata a rettificare contabilmente i crediti deteriorati e a stimarne perdite ulteriori per più di centinaia di milioni di euro, essa tuttavia consente di rilevare che, prima dell’avvio dell’amministrazione controllata, con deliberazione del Consiglio di Amministrazione del 28 maggio 2014, la CariChieti aveva fissato il deterioramento di quei crediti che le erano stati segnalati nella relazione ispettiva del 20 febbraio e del 30 maggio 2014 della Banca d’Italia, stanziando rettifiche in misura corrispondente”.

In ragione di questo quadro, la CariChieti, con decreto ministeriale del 5 settembre 2014, su proposta della Banca d’Italia, fu posta in amministrazione controllata “per gravi irregolarità nell’amministrazione e gravi violazioni normative emerse a seguito degli accertamenti ispettivi di vigilanza, condotti nel 2014, che avevano evidenziato la persistenza di un assetto di governance incapace di condurre l’azienda nel rispetto dei canoni della sana e prudente gestione”.

Dunque, la CariChieti, si trovò imprigionata, impossibilitata a seguire altre strade per essere salvata. Il Tribunale Civile di Chieti, dall’esame degli atti che gli sono stati sottoposti, si è trovato nella condizione di dover affermare che “risultano perdite patrimoniali di eccezionali gravità, tali da privare la banca dell’intero patrimonio o di un importo significativo del patrimonio”.

Perdite che sono l’esito delle rettifiche di valore su crediti, risultati in sede di valutazione provvisoria, il 30 settembre 2015. Rettifiche fino a 243 milioni di euro, confluite in una perdita stimata di 19 milioni milioni, e all’avvio della risoluzione, determinato in 48,4 milioni, quindi in una consistenza insufficiente ad assicurare il rispetto dei minimi prudenziali.

La CariChieti, per i giudici, nel periodo di amministrazione straordinaria, nell’effettuare le rettifiche, secondo l’iter logico deduttivo, avrebbe usato un comportamento che appare “astrattamente ben al di sopra delle prassi previdenziali contabili”. Di più: i tassi di copertura dei crediti determinati dalla CariChieti “sono maggiori di quelli medi registrati nelle altre banche italiane”.

Il 22 novembre 2015, sussistevano i presupposti per la messa in risoluzione della banca ai sensi dell’art. 17, comma 2, lettera b del Decreto di Risoluzione, e all’avvio della stessa, non si erano registrati i presupposti di cui alla lettera c, cioé passività maggiori delle attività. “Pertanto – continuano i giudici – deve rilevantemente ritenersi che la stessa Banca d’Italia non reputasse esistente all’epoca l’incapacità di pagare i debiti alla scadenza, né che vi fossero elementi oggettivi per ritenere che nel futuro prossimo tale incapacità si sarebbe manifestata”.

D’altro canto, lo stesso Governatore della Banca d’Italia, Ignazio Visco, mai si esprime in termini di insolvenza.

I giudici, però, prendono atto che non vi è questa condizione, ma che vi fosse al momento del provvedimento di liquidazione coatta amministrativa. A tale epoca, infatti, la CariChieti, proprio in conseguenza delle misure adottate nell’ambito del procedimento di risoluzione, non presentava più alcun elemento nell’attivo patrimoniale, a fronte di passività per 45 milioni di euro.

“Va quindi dichiarato lo stato di insolvenza dell’ente ricorrente e solo in riferimento alla condizione in essere al momento dell’apertura della liquidazione coatta amministrativa: non sussiste infatti dato probatorio utile a ritenere che sussistano elementi per apprezzare stato d’insolvenza all’atto della risoluzione, atteso che essa si è rilevata basata in massima parte solo sulle perdite rilevate e scaturite da rettifiche di valore netto dei crediti di cui non è stata data alcuna giustificazione”.

Nella sentenza trova conferma la preoccupazione destata dalla denuncia dell’autorità di vigilanza, formulata in sede parlamentare (l’interrogazione del deputato abruzzese Andrea Colletti, del M5S) a seguito dell’avvio della procedura di amministrazione straordinaria, allorché l’anomalia che ha connotato l’adozione del provvedimento determinò la pronta reazione di una significativa parte della politica, sfociata appunto in una interrogazione al Ministro dell’Economia e delle Finanze. Le ragioni dell’insolvenza sono dovute all’integrale cessione degli attivi disposta in attuazione del decreto legge 183 del 2015 e la sentenza solleva gli interessi generali da tutelare (utilità sociale, come recita la Costituzione) e per mantenere salda la relazione tra le istituzioni e la società civile in un momento di forte crisi del Paese.

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