Poteva essere salvata la CariChieti? /2

La Cassa di Risparmio, come si deduce dal servizio pubblicato ieri, al tirar delle somme, da una parte non presentava una situazione così catastrofica e evitare la risoluzione, che ha portato alla nascita della nuova CariChieti, dall’altra sembra finita in una gabbia che ha ristretto i movimenti. Tanto più che il patrimonio, come si deduce dalle motivazioni della sentenza pronunciata del Tribunale Civile di Chieti il 14 luglio 2016, fu azzerato dai Commissari inviati da via Nazionale. Perché? Forse si avrà maggiore chiarezza su quest’aspetto certamente non di secondo piano una volta che sarà conclusa l’inchiesta avviata dal Procuratore Capo della Repubblica di Chieti, Francesco Testa e dal Sostituto Giuseppe Falasca, che con l’ipotesi di bancarotta fraudolenta, hanno iscritto i due ex Commissari della banca centrale italiana.

Ma che cosa ha rilevato la Banca d’Italia nelle sue ispezioni del 20 febbraio e del 30 maggio 2014?

Nel procedimento sommario del 7 luglio 2015, le irregolarità riscontrate riguardavano la carenza nell’organizzazione e nei controlli interni, con particolare riguardo ai rischi di credito e operativi da parte dei componenti il disciolto Consiglio di Amministrazione e dell’ex Direttore generale; inoltre, carenze nei controlli del disciolto Collegio sindacale.

Per queste ragioni, da via Nazionale, arrivano le sanzioni amministrative pecuniarie nei confronti dell’ex CdA, sanzione tra i 54mila euro ai 28mila mila euro. Anche nei confronti dei componenti del collegio sindacale.

Per la Banca d’Italia, gli organi aziendali hanno manifestato nel complesso una ridotta capacità di indirizzo strategico, mancando sia gli obiettivi del piano 2011-2013, sia nel definire nuove linee programmatiche. La mancata risoluzione delle criticità evidenziate da un altro sopralluogo ispettivo ha determinato l’ulteriore involuzione degli equilibri economici e patrimoniali. In particolare, sono state trascurati i mancati segnali di marcato deterioramento del portafoglio creditizio (la quota dl default è salita dal 19 al 32 per cento).

Solo in sede di ispezione è emerso il rilevante ammontare delle maggiori perdite latenti del portafoglio (circa 90 milioni di euro) per un terzo recepite nel bilancio 2013 e per la restante parte rinviate al bilancio 2014.

A fronte di evidenze aziendali che indicavano risultati ancora positivi (19 febbraio 2014) si registrava invece una perdita d’esercizio nel 2013, di 11,4 milioni, mentre nel primo trimestre del 2014 toccavano i 10,9 milioni, nonostante proventi su titoli rispettivamente pari a 44 milioni di euro e 37 non facilmente replicabili.

Nei controlli, si fa anche presente come nel biennio preso in esame non sono stati promossi efficaci interventi volti a migliorare la produttività della rete distributiva (nel 2013, il 75 per cento delle filiali non ha conseguito i risultati operativi preventivati dicono gli ispettori). Non sono state contenute le spese amministrative anche dell’elargizione discrezionali, per circa 3 milioni di euro, concesse a esponenti e dipendenti, talora in contrasto con le linee di indirizzo in materia di politiche di remunerazione formulate dall’organo di vigilanza, con comunicazione del 13 marzo 2013 con la policy interne. Il riferimento è all’indennità di carica riconosciuto all’ex presidente, alle quote retributive variabili corrisposte il mancato raggiungimento dell’obiettivo per l’erogazione e all’incentivo all’esodo all’ex vice presidente in deroga al patto di stabilità.

La dotazione patrimoniale, tenuto conto delle previsioni ispettive di perdita sui crediti, è appena sufficiente a assicurare la copertura dei requisiti al 31 dicembre 2013 e non consente – dice la Vigilanza – il rispetto del coefficiente in vigore dal 1 gennaio 2014.

Gli organi aziendali hanno disatteso gli inviti della Banca d’Italia a rafforzare i profili di trasparenza e coerenza dei processi decisionali, evidenziando influenze esterne al consesso. Al riguardo rivela la gestione del rapporto con Domenico Di Fabrizio (ex autista del direttore generale, sul quale si è già scritto molto, ndr), poi dimessosi per ragioni di salute nel gennaio 2013, in relazione al quale il precedente accertamento ispettivo stigmatizzava la corresponsione di compensi non corredati alle mansioni svolte. In particolare fu corrisposto a Di Fabrizio un incentivo all’esodo di 120 mila euro, in deroga al blocco delle assunzioni in vigore dal 2012 oltre che alle norme contrattuali generali dopo un accordo con le rappresentanze sindacali siglato il 25 marzo 2013, giorno successivo alla richiesta di riassunzione, formulata da Di Fabrizio, sono stati elargiti benefici economici non riscontrati in altri casi a due stretti congiunti: il figlio e la nuora. Particolari non comunicati alla Vigilanza dall’ex Presidente e ex Direttore generale, sentiti in proposito nella sede della Banca d’Italia, a L’Aquila, il 4 marzo 2013. In loro difesa, dall’ex CdA, si è fatto presente che per la riassunzione si è tenuto conto delle capacità lavorative (bravo e fidato autista) di Di Fabrizio e che comunque il nuovo rapporto prendeva una retribuzione dimezzata in confronto al precedente e che quindi sarebbe stato possibile recuperare l’intero ammontare dell’incentivo.

E poi ci sono le concessioni di fidi. La Cassa – sottolinea la Vigilanza – è esposta a un elevato rischio creditizio, espresso da un’aliquota di partite deteriorate al 31 dicembre 2013 pari al 32 per cento. L’esame a campione degli impegni ha fatto emergere, alla stessa data, sofferenze pari a 453,8 milioni di euro, incagli (cioè quando un cliente si trova in una situazione di momentanea difficoltà economica) per 241,3 milioni di euro e previsioni di perdite per 304,7 milioni, con variazioni in aumento rispetto alle evidenze aziendali pari a 192,9 milioni per le sofferenze e 59,2 milioni per le previsioni di perdite. La corretta rappresentazione del rischio nell’ambito dei crediti deteriorati è stata compromessa dall’anomalo utilizzo della categoria degli incagli, costituti per oltre la metà da rapporti con caratteristiche di sofferenza. E vengono riportate una serie di sofferenze che con gruppi e clienti ‘particolari’, ai quali sono stati concessi, a più riprese, crediti. Alcuni di questi, senza valutarne i rischi.

Una situazione nel complesso molto poco chiara e che ha avuto gravi ripercussioni su tutto il territorio abruzzese. A risentirne maggiormente le imprese, le famiglie e correntisti che per anni si sono fidati di una banca considerata vicina alle esigenze dei cittadini. Ma a rischio c’è anche l’occupazione: oggi dei 70 sportelli di tempo fa, 12 chiuderanno e nei prossimi mesi si avvierà un piano di riorganizzazione, che potrebbe portare a un ulteriore taglio o mobilità dei dipendenti. 

Nel frattempo in tanti sperano che, alla fine, stavolta i conti vengano fatti bene e che s’individuino i responsabili di un crac con tanti, troppi lati oscuri.

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