I tanti punti oscuri sull’omicidio-suicidio sulla A14

“La mia vita è cambiata tragicamente 15 mesi fa. Chiedo perdono ma ho commesso cose orribili”.

Sono le frasi che Fausto Filippone ha ripetuto più volte domenica scorsa nelle lunghe sette ore a polizia e carabinieri mentre era aggrappato alla rete metallica del viadotto Alento, della A14, prima di lanciarsi nel vuoto e uccidersi. Da lì, verso le ore 13, aveva lanciato di sotto la figlia Ludovica, di 10 anni. Lo ha fatto mentre gli agenti della Polstrada, arrivati sul posto allertati da automobilisti di passaggio sulla corsia sud dell’autostrada, stavano per raggiungerlo. Lui e la bambina erano già sul guard rail: è salito velocemente sulla recinzione, tenendo la piccola sottobraccio e l’ha spinta volontariamente giù. Un papà killer, eppure c’è ancora da spiegarsi come ha abbia fatto a convincere la figlia a camminare lungo il viadotto autostradale e, soprattutto, a salire sulla recinzione.

“Non c’è stata nessuna possibilità di contatto, di dialogo con lui – racconta Massimo Di Giannantonio, ordinario di Psichiatria all’Università degli studi D’Annunzio di Chietiintervenuto su quel ponte, chiamato per convincere Filippone a non suicidarsi.

Gli inquirenti sono ora concentrati a capire cosa sia accaduto nel febbraio 2017 a tal punto da sconvolgere l’esistenza del Filippone. Forse la notizia che i medici avevano diagnosticato una grave malattia neurodegenerativ aalla madre, poi morta otto mesi fa?  Di Giannantonio aggiunge: “Filippone ha fatto riferimento alla perdita della madre mentre era sul ponte”. E quel foglietto volato giù dal viadotto, caduto da una tasca dal manager della Brioni di Penne o forse lasciato dallo stesso Filippone, con una lista di nomi che c’entra? Anche su quello scritto Procura e Polizia di Chieti cerca di far luce, di dare un senso e un’identità a quei nomi.

Eppure nessuno si accorto di nulla, di un disagio interno che, alla fine, è scoppiato, decretando la fine di Ludovica, di Filippone e, probabilmente, della moglie Marina Angrilli, 51 anni, insegnante di lettere al Liceo Scientifico Leonardo da Vinci, di Pescara. La donna è precipitata dal balcone al secondo piano di un appartamento di proprietà del marito, finendo nel cortile della palazzina. Marina è poi deceduta intorno alle 16 a causa delle gravi lesioni riportate. “Si è avvicinato mentre cercavamo di mettere la donna sulla barella per essere trasportata in ospedale. Ci ha detto che era il marito e che la moglie era caduta mentre era fuori, sul balcone, a far foto. Ci aspettavamo che ci seguisse al pronto soccorso, ma non l’abbiamo più visto – raccontano gli operatori del 118, accorsi domenica mattina, verso le ore 12, in piazza Repubblica. Fausto non era andato al SS Annunziata perché era diretto a Pescara, in via Punta Penna, a prendere la figlia, che era in compagnia della nonna.

Non sarà facile riuscire a dare un senso a questa tragedia. Fausto, secondo le persone che erano più vicino alla sua famiglia, parlano di una coppia normale, ben affiatata. Lui era tranquillo anche sul posto di lavoro, forse un pò chiuso ma diligente e disponibile. Frequentavano amici, uscivano con loro. Due giorni prima della tragedia, Filippone, insieme alla moglie e a Ludovica, era andato ad ascoltare un concerto a Caramanico Terme. Eppure, poche ore dopo, avrebbe messo in atto un assurdo e orrendo piano.

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