Un episodio di esorcismo a S.Giovanni in Venere con il futuro Papa Celestino V, che visse in abbazia per tre anni

Da antichi documenti riemergono storie davvero curiose e inedite accadute tanti secoli fa nelle antiche mura dell’abbazia di San Giovanni in Venere. Dall’esame delle carte si legge, infatti, che nel celebre complesso monastico trascorsero parte della loro vita due importanti religiosi che, dopo la morte, salirono agli onori degli altari. Sto parlando di san Filippo Neri, che fu abate nel cenobio fossacesiano dal 1585 al 1593, e di san Pietro Angelerio, detto anche Pietro da Morrone, divenuto in seguito Celestino V, il “Papa del gran rifiuto”. Ed è  proprio di quest’ultimo che vi voglio raccontare di seguito un particolare episodio accaduto in abbazia, quando, tra il 1230 e il 1270, governava l’abate Guglielmo I. Pietro da Morrone, molto tempo prima di essere eletto Pontefice, partì da Roma, alla volta di Fossacesia, subito dopo aver ricevuto l’ordinazione sacerdotale. Il monaco benedettino soggiornò quasi tre anni a San Giovanni in Venere, vivendo in un rigoroso isolamento. “Erano le idi di settembre – scriveva Pietro nel 1240 – quando, dopo un lungo cammino, arrivai a scorgere il mare di Fossacesia. Uscivamo dal bosco d’annose querce che occupava le pendici della collina, io e i miei due compagni, tutti del contado beneventano, che con me venivano all’abbazia di San Giovanni in Venere per completare l’istruzione monastica”.

E, ad un certo punto del percorso, Pietro vide il grande monastero e scrisse: “Era la cosa più bella che avessi mai visto, perché non aveva le mura e le torri che a Roma chiudono e stringono le case di Dio in un abbraccio che parla di guerre perenni tra fratelli. Qui la bella Chiesa col presbiterio, il monastero, la grande cripta dove tutta la storia di Dio tra gli uomini era presente e viva nelle pitture, senza che ci fosse bisogno di libri e di parole e in modo che tutti potevano apprenderla e gioire con i santi, la vita serena e industriosa di studio e preghiera, il silenzio rotto solo dalle preghiere, dai canti e dalle voci dei maestri, formavano un’unica armonia sospesa tra cielo e terra”. Ma ora veniamo al particolare episodio di cui vi accennavo in precedenza. Una mattina di fine agosto giunse a San Giovanni in Venere un signore su uno splendido palafreno (cavallo nobile) con a seguito un uomo legato sul dorso di un asino e molta gente intorno. L’uomo, apparentemente posseduto dal demonio e con una forza incredibile, fu portato di peso nella cripta. Si trattava di Biagio, castaldo del notaio Ser Filippo. La chiesa fu quindi preparata per l’esorcismo praticato dall’abate e da altri sacerdoti, mentre sopra, in abbazia, stavano i giovani a pregare, con voce alta, insieme a Pietro da Morrone, nel tentativo di coprire tutte le bestemmie che pronunciava l’ossesso. Ma quest’ultimo, ad un certo punto, gridò a gran voce: “Pietro, eremita, figlio di Angelerio, vieni da me, altrimenti sei rammollito e pauroso. Vieni, tu che mi conosci”. E Pietro, così espressamente chiamato dal posseduto, ed anche dietro ordine dell’abate Giovanni, scese nella cripta pregando in latino. All’arrivo del futuro Papa Celestino V l’uomo fu subito liberato dal demonio e frate Pietro autorizzato dall’abate a tornare a pregare in solitudine, tra le montagne del Morrone, luoghi che tanto amava.

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