Pubblicato il secondo romanzo del giornalista abruzzese Antonio Andreucci

Si può condannare a morte un Papa accusandolo di eresia?Un’iperbole, oppure no, sulle lotte teologiche, economiche e di potere del clero, che nulla hanno da invidiare a quelle della cosiddetta società civile. Si occupa di tutto questo  “In nome del Padre – Scandali, complotti e intrighi oltre l’ombra del Cupolone” (Il Seme Bianco editore – pagg.112, euro 11,90), secondo romanzo del giornalista abruzzese Antonio Andreucci, che torna ai lettori dopo il successo de “Il ragazzo che aveva sognato l’America”. Il nuovo libro ha vinto il secondo premio internazionale “Wilde” 2018  e il Premio nazionale letteratura italiana contemporanea 2018 per opere inedite.
Ispirato da fatti e avvenimenti reali e da scritti religiosi, “In nome del Padre” è un catto-thriller nel quale si racconta di una rivolta contro il successore di Pietro. Intreccia fede, religione, affari, ricatti, potere e sesso fino a diventare un atto di accusa: raggiungere la soddisfazione dei propri piaceri ed interessi ai livelli più alti, è il fine cui tende gran parte della società che ci circonda. Il tutto nel corpo della più alta gerarchia ecclesiastica, dimentica dell’ammonimento di San Vincenzo di Lerino, secondo il quale “Dio alcuni papi li dona, altri li tollera, altri ancora li infligge”.

Lo scopo dei rivoltosi è indurre il Pontefice a modificare l’indirizzo del suo pontificato, ritenuto “fuori dagli schemi e spesso anche dal Vangelo”.Una linea temuta sia perché rivoluziona la stessa impostazione della Chiesa cattolica, sia perché sconvolge gerarchie e poteri. Una strategia ordita attraverso l’intrigo, porterà ad una feroce contestazione nei confronti del Papa e a un “processo” nel quale, facendo perno su brani della Bibbia e su scritti di Padri della Chiesa, il Pontefice viene accusato di eresia e condannato alla pena più alta.
Nel successivo Conclave sembrano rivivere scaramucce, scontri, promesse, ricatti tipici delle elezioni di un Parlamento o di un Governo laico…

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