Dai ristoratori uno stimolo alla normalità; il San Domenico ad Ortona ne è interprete

di Emidio Maria Di Loreto

Qualche esperto in economia aveva elaborato una teoria secondo la quale avremmo avuto un revenge spending, una specie di proiezione per spese compulsive, dopo le restrizioni postpandemiche. Ebbene una economia provata nelle classi medie e basse, una vera spesa esagerata, ma neanche normale, non l’ha potuta produrre. Ha però dato un segno verso una fruizione autarchica dei servizi. Un ricorso a frequentazioni di luoghi e proposte nazionali, ed anche di riscoperte meno esotiche rispetto ai viaggi transnazionali, hanno interessato di più perché, ovviamente, meno rischiose e non meno affascinanti. Per molti, aggiungiamo per fortuna, è corretta la prudenza di chi non vuole abbandonare le misure di protezione individuali come, meno condivisibile, a nostro avviso, appare quella di presunti esperti che le demonizzano. E’ come non voler guardare criticamente, e secondo il principio di precauzione, a quel che accade stante la presenza di numerosi focolai e della mancanza di un vaccino che arriverà, sembra sempre più certo, nei prossimi mesi. Le notizie sanitarie sulla situazione mondiale del resto parlano di precarietà chiara ed in crescita in quelle nazioni che non hanno adottato, o non hanno potuto adottare, le misure severe da noi condivise in tema di pandemia, generalmente, a parte qualche ignorante che comunque il Padreterno ci ha mandato e ce lo dobbiamo tenere e a volte subire.

L’interno del ristorante San Domenico

Tornando alla premessa, se non spese compulsive, almeno la voglia di condividere, ogni volta che si può, una rispolverata alla socialità amicale, quella ce la siamo cercata in tanti, sempre però tenendo in mente il rispetto di se stessi e degli altri attraverso l’adozione delle misure di protezione individuale. Le incursioni nei ristoranti, per un popolo famoso anche per la sua cucina, sono comunque elementi di aggregazione gaudente e le proposte di Alessandro del San Domenico di Ortona, sono tornate ad accoglierci, questa volta, insieme agli amici Anna Rita e Bruno. La trattoria condivide il nome con un esercizio molto più blasonato, quello con sede in Jômla di Romagna, e le credenziali di positività ognuna per il proprio livello.

Il luogo è affascinante per ragioni obiettive: si è al cospetto di un Castello Aragonese del XV secolo, del quale restano ben conservate solo le mura dopo i bombardamenti dell’ultimo conflitto mondiale a causa della linea Gustav che terminava proprio in territorio di Ortona. Il maniero ha vista dall’alto sul porto ma lo sguardo può spaziare sull’intera Costa dei Trabocchi ed Acquabella verso Vasto e dalla parte opposta verso Lido Riccio, i Ripari di Giobbe e Pescara. Alla sera, soprattutto con le luci dei tramonti rafforzate da una pertinente luce artificiale ad illuminare le mura del Castello, le uniche rimaste ben conservate insieme a 3 delle 4 torri, ma anche i mattoni del borgo vecchio di Ortona, aiutano ad accrescere l’interesse che procede anche oltre la degustazione che attende l’ospite. Anche all’interno il San Domenico ha tutti i connotati di un locale antico riproposto per bene. Mattoni a vista, antico camino, pochi tavoli con arredamento essenziale e curato, ingresso che ricorda la vecchia cantina di una abitazione marinara di un tempo. Con la bella stagione si usufruisce degli spazi esterni cosa che, valorizzando la vista, immediatamente connette il piacere visivo di contorno a quello degustativo delle pietanze. Su queste Sandro è stato sempre un

Il Castello Aragonese di notte

riferimento anche nel periodo pre-covid. Si era distinto per proporre quanto il mercato del pesce, del famoso borgo marinaro, offrisse al mattino; tutte le mattine dal martedì al sabato. Le preparazioni erano tarate sulla migliore disponibilità del pescato, quindi varie e periodiche a seconda di cosa il mare offra nel tempo in cui lo si frequenta. Ci vuole preparazione, versatilità e competenza da chef di rango, per adattare sempre la propria cucina a quello che si trova, non proporre quindi solo quello di cui si è capaci ma esprimersi sempre ad un livello di interesse superiore anche con un’offerta del pesce, cosiddetto povero, ma in grado di intrigare il gourmet attento. L’altra particolarità è che la spesa del mercato diventa proposta di antipasti, primi e secondi che l’ospite può scegliere a suo piacimento con la certezza che il conto rispecchierà una spesa definita per tipologia di pietanza richiesta. Si spende cioè lo stesso prezzo per tipo di piatto: antipasto, primo o secondo ed il conto sarà commisurato alle portate scelte da ogni commensale. Si opterà tra gli antipasti (normalmente sono dei piccoli secondi), per il primo, o per il secondo ognuno da scegliere nella lista della disponibilità giorno. L’aiuto in una scelta corretta e mai esagerata arriva dalle attenzioni di Giuliano, responsabile in sala a presenza discreta ed essenziale, come pure per l’abbinamento del vino. Nel nostro caso la scelta cade su una consolidata etichetta, la Cococciola di Ulisse di Crecchio, nota anche per uso di una bottiglia per la linea Unico con tappo di vetro e guarnizione di silicone che ne incentiva il riciclo. Il prodotto però è gradevole, giusto un poco più impegnativo degli analoghi. Gode di gradazione marcata, accompagnata da note importanti all’olfatto di fiori bianchi ed alla beva di agrumi e mineralità molto persistenti. Potrebbe non essere giudicata adeguata per eleganza che invece si concretizza con i

Alcune dei piatti proposti dal San Domenico

piatti più sapidi proposti da Alessandro. Trova ottima espressione con il brodetto oppure con il tentacolo di polpo tiepido, davvero di rara intensità gustativa, con il quale entra in sostanziale connubio per esaltarne le caratteristiche di entrambi. Nella nostra cena, aperta da un’offerta di bollicine di pecorino molto gradevoli, le proposte spaziavano tra 4 antipasti comprensivi di scampi alla catalana, insalata di mare, e i due scelti da noi: la guancia di pescatrice marinata, la più elegante e delicata dei due malgrado l’arricchimento di broccoli, patate e olive di Gaeta, e quella che invece da sola giustificherebbe il ritorno e che abbiamo già menzionato in abbinamento con la Cococciola: il Polpo scottato. Si tratta di un tentacolo di polpo, forse di una piovra visti i centimetri di diametro, proposto tiepido e di una tenerezza che non oseresti immaginare. In bocca esplode una intensità gustativa che ben si sposa con le olive, i pomodorini appassiti ed i cavoli saltati su cui è adagiato. Te ne priveresti, dopo averla assaggiata, davvero con molta, molta difficoltà e l’augurio che immagini è che la si trovi ancora presente nel menù la prossima volta che tornerai. Dopo tocca al n. 12 della De Cecco, davvero ben proposto in una soluzione bianca con scampi sgusciati, perfetti in tutto, compreso il rammarico quando terminano seppur proposti in quantità adeguata. La sazietà incomincia a rappresentarsi, tuttavia non si rinuncia allo scottato misto che accoglie un trancio di rana pescatrice, due sogliole, scampi e scampetti con aggiunta di calamaro che con calma apprezzi in una lenta degustazione soddisfacente come vorresti. I dolcetti misti concludono le proposte e nel salutare lasci anche l’augurio convinto che, le difficoltà del settore scompaiano presto in modo che Alessandro e la sua equipe, possano continuare ad essere giusti e sapienti ambasciatori di una proposta di pescato abruzzese che in cucina non tema rivali. Ogni loro ospite se ne renderà interprete e divulgatore sicuramente.

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