La Majella, le donne e il cibo dei minatori, Marcinelle

Di Emidio Maria Di Loreto

La memoria non dovrà mancare, sarà fondamentale conservarla ben custodita. Servirà a non far pagare ancora per la stessa ragione, a non commettere errori già incontrati sul nostro percorso. Servirà anche se non si scende più nelle viscere della terra in quelle condizioni. Servirà perchè i principi, che possiamo custodire gelosamente attraverso quel sacrificio, non siano dispersi nei vari cassetti delle memorie. Servirà anche per capire che, in uno stato civile e democratico, non necessariamente si debba passare per tragedie enormi prima di comprendere che debbano essere emanate leggi per la tutela del lavoro, dei lavoratori dagli infortuni e malattie, delle loro famiglie, come la tragedia di Marcinelle insegnò.

E’ per questo che, all’avvicinarsi della ricorrenza, riproponiamo un racconto che trova spunto dalla bellezza e dal disastro ancora una volta contrapposti malgrado appaia strano che tanta bellezza possa essere messa in relazione ad una strage sul lavoro che non commemoriamo mai abbastanza. Ce lo conferma l’amico di sempre Luigi, compagno anche sui banchi di scuola, quelli di legno per due e con il buco del calamaio dove intingere un pennino. Che lotte con quel calamaio! Lo abbiamo combattuto con determinazione per non fare disastri che erano macchie su macchie che inducevano scapaccioni (ma anche bacchettate) senza risparmi.

A quei tempi, come per la strage del Vajont (9 ottobre 1963) che pure ci veniva spiegata, non riuscivamo ad averne contezza reale. Se ne subiva semplicemente la commemorazione; il senso di disagio quello si, accompagnava la narrazione del maestro. Adesso la ragione e le riflessioni dell’età impongono altro al suo ricordo.

La strage di Marcinelle, nasce dalla bellezza, controsenso ma è così. La bellezza naturalisticha dei monti, delle sue miniere che regalavano bitume ed inizialmente benessere sotto forma di lavoro. Quello stesso lavoro che successivamente ne segnò il destino negativo: lo scambio braccia carbone, cioè la conversione tra braccia dei minatori emigranti per estrarre carbone in cambio di risorsa energetica per il nostro Paese che ne era privo nell’immediato dopoguerra.

Accadde così che, alle 8,10 del mattino dell’8 Agosto 1956, 262 minatori dei 275 scesi, persero la vita in un incendio a 975 metri nel sottosuolo di Bois du Cazier. Circa la metà dei 136 Italiani deceduti venivano dalla Majella e dal suo circondario, erano fuggiti da fame e miseria per andare incontro alla morte per lavoro.

Avevano risposto agli inviti dello Stato che aveva sottoscritto un accordo, conosciuto come braccia-carbone, con il Belgio.

Il manifesto che chiamava operai italiani per le miniere di carbone in Belgio 

L’Italia era in grave crisi energetica post conflitto bellico, mentre il Belgio avrebbe dovuto chiudere le sue miniere per mancanza di personale. L’accordo fu pubblicizzato con manifesti rosa accattivanti in ogni comune italiano. Vi era proposta buona retribuzione e lavoro a poche ore di treno per far fronte ad una richiesta, sottoscritta da Alcide De Gasperi per il nostro governo, di 2.000 lavoratori a settimana in cambio di carbone. Il nostro paese usciva dalla guerra in condizioni peggio che pietose, e, rispondere a quella opportunità, significava esercitare la speranza che però nascondeva, nel caso di Bois du Cazier, il massimo sacrificio. Una speranza di risollevare le sorti energetiche dell’Italia, ottenere una paga allettante per chi era in miseria che la mattina di quell’8 Agosto trasformò i molti sogni in tragedia definitiva.
Nel manifesto, non veniva spiegato, ammesso che i governanti sapessero, che la
silicosi era in agguato, che ci sarebbe stato contrasto con i belgi, che la vita sarebbe stata accolta in ex baracche di un campo di concentramento per supportare la deportazione per lavoro, che i lavoratori stranieri sarebbero stati chiamati “musi neri”, oppure “sporchi maccaroni”. Ed anche, cosa ben più grave, che le misure di sicurezza sarebbero state rappresentate dai cardellini o topolini che i minatori portavano con loro per ovviare ai rischi del grisù, che non vi era assicurazione sul lavoro e che le lamiere che proteggevano le baracche, con bagni comuni esterni, in quegli inverni avrebbero fatto percepire come luogo più confortevole il cunicolo minerario.

Che strana la storia, benché ormai documentata in ogni aspetto, sembra proprio in questi giorni che ci siamo dimenticati di quando migranti eravamo noi. Solo dopo Marcinelle le condizioni cambiarono e maggiori tutele furono previste. Come al solito servì un sacrificio immane per comprendere cosa andava fatto.

Nelle viscere della Majella, gli abruzzesi che vi perirono avevano acquisito – nel bacino minerario più importante per bitume e asfalto – le competenze per poter considerarsi facilitati nell’estrarre carbone. Diversa cosa però significava farla in Belgio, in quelle condizioni di simil deportato che ha lasciato la sua casa seppur in condizioni di sofferenza mai conosciute prima.

Riesplode la necessità di riprendere il filo della storia con questi eventi, dicevamo, per caso. Quando torniamo sulla Magna Mater per vivere altre esperienze naturalistiche.

Nel mentre siamo immersi in una rara fusione di espressioni ambientali e luoghi mistici lungo il cammino di Celestino V, tra torrenti di acque limpide a volte dal percorso turbolento, ma anche cascate e slarghi invitanti per cristallinità e colori riflessi, nell’attraversamento di una giovane faggeta dai tronchi altissimi con le cime che si toccano a formare una cupola verde, ci siamo ritrovati di fronte ad una ampia spaccatura del costone.

L’uscita da una Miniera Foto Gabriele Vallera

Ti chiedi come possa esserci e il desiderio dell’esplorazione si è già appropriato della tua curiosità. Scopri così che si tratta di un vecchio ingresso abbandonato di un’antica miniera. Presto si capisce che il materiale estratto è bitume e che in sequenza vi sono altri ingressi su più livelli vicino al rinvenimento dei primi antichi attrezzi abbandonati dopo la conclusione dell’attività estrattiva. Ve ne sono alcuni disseminati nei dintorni ormai lasciati abbandonati alle aggressioni della flora e dei muschi che parzialmente ormai li ricopre come un secondo strato di ruggine.
Basta poco per capire davvero, molto più di quanto la enorme letteratura a disposizione possa darti, su quali fossero le condizioni per un lavoratore minatore. È l’aria fredda che ti accoglie al muovere dei primi passi in uno qualsiasi della rete dei cunicoli che ti circonda. Penetra nelle ossa mentre fuori è quasi estate. Il verde è rigoglioso come non mai, gli uccelli intonano i loro inni alla vita nei buffi rituali per il corteggiamento. Rifletti che anche quella nuda roccia ha conosciuto indirettamente attività vitale. Fino a quando le
miniere non furono chiuse per mancanza di commesse, fino a 1500 minatori di San Valentino, Scafa, Manoppello, Lettomanoppello, Abbateggio, Roccamorice aggredivano i costoni della Majella per entrarvi nelle viscere a tirare fuori roccia dalla quale estrarre bitume fluido e manufatti di asfalto estratti per oltre 100 anni (1).

Non era solo il minatore a doversi sottoporre ad una vita particolarmente sacrificata. Forse quella delle loro donne lo era ancora di più, era quasi interminabile. Non si trattava solo di governare casa o rifornire di cibo i loro uomini. Era in qualche modo un rituale affettivo e di corteggiamento anche questo delle donne della Majella, celato da una determinazione, dal rigore non mediabile quando dovevano difendere la buona organizzazione della casa, a supporto dei loro compagni alle prese con la fatica più dura.
Donne sempre presenti con
grandi prove di abilità e valenza quando i compagni cadevano, fisiologicamente, in qualche bevuta in eccesso. Tenere la casa, coltivare orto ed allevare animali da cortile per i fortunati che ne avevano, aiutare nel trasporto della roccia e dei materiali estratti, lavare alla “laveria del pilone” dai residui di terra e fango i materiali prelevati, e poi usare le massime accortezze nel preparare, quasi con risorse nulle, alimenti nutrienti per la cena o il pranzo della festa.
Allora, il
sudore del lavoro assumeva anche un valore diverso, tutt’altro che disgustevole, ed anche se è difficile immaginarlo, poteva elevarsi a rendere molto più appetitoso un ricco panino a tre strati di fette di pane alte ben oltre il dito, …nota come la stozza, e trasportata dai minatori nel “mandricchione”. Lo strato centrale della stozza racchiudeva una appetitosissima sorpresa, la fetta di pane era privata al centro della mollica, quello spazio era riempito con una denso pasticcio di uova e peperoni fritti, anche piccanti. Le altre fette si univano con companatico tipo formaggio, salsicce, salame, fegatazzi. Si usava anche alimentarsi con “lu turcinille”, non i dolci fritti di pasta di patate e zucchero che hanno nome simile, ma una sorte di budello di agnellino avvolto intorno a fegatini frattaglie e uovo sodo; un piatto molto simile al “ marro” tipico di altre zone.

Quando la luce del giorno non ancora cresceva, o svaniva, si poteva apprezzare il serpentello di lumi dei minatori che ridiscendeva dalle miniere in quota, detto la ciammarichella proprio perché ricordava le forme del guscio dei gasteropodi di terra, le lumache (ciammarichƏ in dialetto), per le donne era ora di predisporre la cena. Sembra di rivedere nell’immaginazione quella fila di lumi che ogni uomo aveva penzolone al suo fianco. Quelle giacche pesanti poggiate su una spalla con una manica chiusa all’estremità per contenere il mandricchione con la stozza. Solo se molto freddo la si indossava, del resto non era necessario grazie alla maglia intima confezionata ai ferri dalle donne in casa con lana grossolana e pesante. L’abbigliamento era completato da una camicia a quadri di tessuto generalmente misto lana-cotone.

Il nutrimento derivava da quanto si disponeva, ed allora era davvero poco. Tornava in aiuto l’allevamento del maiale per chi poteva, “lu anmàle”, oppure di una pecora. La vicinanza con il mondo pastorale insegnava che generose porzioni di pancotto con siero residuo dalla lavorazione del formaggio era nutriente, meglio ancora la polenta detta rognosa, mutuata dal mondo carbonaro, polenta molto densa condita con lardo, salsiccia, anche di fegato, sbriciolata con aggiunte di pugni ben colmi di pecorino grattugiato.

Donne e uomini della Majella al lavoro Foto valsimi-37

Non tutti avevano alimenti ricchi come quelli descritti: pane e aglio intinti nel sale per alcuni, e c’era chi doveva ultimare le scorte della farina di mais dell’anno precedente trovata a buon mercato e che conferiva un senso di amaro alla pietanza, mentre a volte una sarda oppure un’alice sotto sale rappresentavano vera leccornia e quindi si preparavano appetitosi spaghetti alla trippittara con alice, peperone dolce tritato di Altino e aglio, ma anche: pizz e fuoije n’chƏ la sarda e lu peperon n’grillat (pizza di granturco inglobata a verdure miste accompagnate ad una o più sarde – sotto sale- fritte e un turgido peperone dolce rosso fritto ), rentrocele – unico spaghettone lavorato a mano -, pallotte cace e ove – polpette di pane uovo e formaggio rigatino -, strivilarielli: pasta acqua e farina lavorata a mano sfregandola tra i due palmi delle mani conditi asciutti o nel loro brodo di cottura con aggiunta di sugo di pomodoro, e sempre gradite cotiche e fagioli, sagne e fagioli, cannarozzetti ( tubettini) e ceci, oppure le frittatone, ancora adesso apprezzatissime, con cipolle e cacigni oppure orapi (2) -, in quantità.

Questi piatti seppur accompagnati con fette di pane casereccio, non avrebbero garantito il bilanciamento energetico per quel durissimo lavoro. Tornavano quindi in soccorso bicchieri riempiti più volte di Montepulciano d’Abruzzo, a casa oppure nelle cantine prima di rincasare, a ritemprare quei corpi affaticati e le menti distolte dalla sofferenza dalle sapide pietanze e dal buon vino. Non per tutti era facile mettere insieme pranzo e cena, per alcuni la propria dignità obbligava a …confondere circa le possibilità alimentari sue e della sua famiglia attraverso un inutile e cercato rumoroso cozzare di piatti e bicchieri nell’ora del pranzo o della cena. Un pietoso tentativo di simulare, all’orecchio dei vicini, un’ attività alimentare che non c’era.

Bitume sulla Majella

Questo è il mondo dal quale proviene la strage di Marcinelle. Nato dopo che l’alta Valle dell’Orta e la Majella, con Ragusa, erano in cima alla produzione Italiana di bitume. L’attività estrattiva sulla Majella partì dopo il ritrovamento di un panetto di bitume nel 1840 che fu stimato risalente al primo secolo d.c.; iniziò nel 1864, ebbe un grande attivismo nella prima metà del secolo scorso, modificò territorio, falde acquifere, ed aspetti sociali di quelle popolazioni fino al 1956. La diminuzione della richiesta sancì la fine dell’attività estrattiva e l’obbligo ad accettare il richiamo dal lavoro in miniere straniere quasi per fisiologica preparazione professionale.
Finanche il mondo musicale del rock progressive Italiano, nel 1970, volle rendere omaggio con un brano dal successo non ancora completamente scemato, al sacrificio di quegli uomini per il lavoro. I genovesi
D’Adamo-De Scalzi-Di Palo (New Trolls) e la loro Una Miniera, che rievocava “…un sordo fragore ferma il respiro di chi è fuori”, richiamarono al ricordo del sacrificio di tanti minatori. Decine di migliaia di ragazzi di quegli anni, adesso attempati, non hanno dimenticato.

Ai caduti di Manoppello l’omaggio del comune di Marcinelle

Resta anche una lapide a Manoppello, in ricordo del tragico evento in cui vi è scritto “l’otto Agosto millenovecentocinquantasei il pozzo del Bois du Cazier rapì duecentosessantadue minatori di undici paesi e per ognuno di essi si accese una stella nel cielo di Marcinelle” . Tanti ricordi e riconoscimenti mentre una parte del nostro Paese mostra di aver dimenticato quando emigranti eravamo noi. Responsabilità peggiore di chi all’epoca dimenticò le famiglie dei defunti ed attuale esercizio inutile per chi tenta di dimenticare la Storia.


– * – * – * – * – *

Si ringraziano Madrelupa, Agostino Zaccagnini per i suoi racconti e Lupo grigio (Gabriele). Davide Castelluccia e Antonio Perseo del Centro Studi Marcinelle di Manoppello. Il progetto Valsimi per la valorizzazione del bacino minerario della Majella  http://www.valsimi.it/la-storia-del-bacino-minerario-della-majella-in-abruzzo/

[1] Miniere della Majella- Comune di Abbateggio: Santo Spirito CosteMajella, Cusano. Comune di Manoppello: Fonte/Cappuccini, Fonticelli, Foce Valle Romana, Crocifisso, Pignatara. Comune di Lettomanoppello: Cese, Piano Monaci, S. Liberata, Fonte Fieri/Vaccareggia, Cucinelle, Alboreto. Comune di Caramanico Terme: Pratedonica. S. Valentino in Abruzzo Citeriore: Ala delle Lisce. Comune di Roccamorice: S. Giorgio, Pilone, Torretta, Cusano, Acquafredda, S. Spirito Riparossa.

[2] Orapi: verdura selvatica assimilabile a spinaci selvatici che cresce a circa 1000 metri di quota in prossimità degli stazzi delle pecore. Particolarmente ricercata e raccolta per cucinare pietanze di grande apprezzamento. Oltre le classiche frittate, rinomati i primi con paste fatte in casa condite con orapi saltati in padella aglio, olio e peperoncino.

riferimenti
https://web.archive.org/web/20170224190247/http://www.abruzzoeappennino.com/2014/12/31/scrittori-tavola-ignazio-silone-e-il-cibo-dei-poveri/
https://www.puntarellarossa.it/2014/09/18/la-cucina-della-maiella-sette-piatti-della-tradizione-da-salvare/
https://keynes.scuole.bo.it/ipertesti/europa/Marcinelle/index.htm

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *