Majella in settembre: bramiti sui sentieri di Celestino, Tholos ed i ricordi di un pastore

di Emidio Maria Di Loreto

E’ risaputo che il mese di settembre e l’autunno in genere, propongano in montagna una multiformità di scenari che inducono imbarazzo sugli itinerari da scegliere. Potendo poi avere alternative molto autorevoli, come capita a chi vive o frequenta l’Abruzzo, alla fine ti proponi una scaletta che speri, a fine stagione, non comporti rinunce significative. Le direttrici sono note, il PNALM, con le sue ricche e variegate opportunità, piuttosto che quelle della Majella, la Magna Mater per gli abruzzesi. Abbiamo optato in una calda serata con l’amico Gabriele, per una visita nella valle Giumentina. Una località che si incontra per prima nel Parco, inframezzata da dolci colline propedeutiche alle più importanti formazioni del Monte Rapina, della Valle dell’Orfento che da De Contra, la frazione alta di Caramanico, alla vista, acquisisce tutta l’importanza ed il rispetto naturalistico che questi posti hanno guadagnato nel tempo. Altro tipo di rispetto, un misticismo che si appropria del visitatore, è quello conferito dal vallone del Santo Spirito, dal quale la Valle Giumentina è delimitata verso est, con i sentieri di Celestino che portano a frequentare gli eremi. Quello di San Bartolomeo in Legio, ammirato da questo versante, appare quasi improvvisamente, dopo aver percorso in discesa un breve tratto del sentiero definito nella parete opposta del vallone di Santo Spirito. Alla vista l’immediata constatazione di stupore sul come sia stato possibile individuare un posto così austero. L’averlo realizzato poi appartiene alla tenacia, e non solo, dei fruitori di un tempo.

Ecomuseo Paleolitico

Raggiungere il magnifico posto di osservazione è semplice. Lo si trova facilmente e ben indicato dopo aver abbandonato il sentiero che fiancheggia le formazioni dei Tholos riproposte dall’ecomuseo, quasi ultimato, del Paleolitico. E’ stato ricostruito un piccolo agglomerato delle famose capanne di pietra e dei muretti a secco costruiti con la pietra della Majella. L’ora di metà pomeriggio, con il sole ancora alto, lascia ammirare il giallo ocra del calcare sfaldato contrapposto alle formazioni più grigie della roccia che ne definiscono gli strati della parete. E’ ancora presto per ascoltare i bramiti dei cervi, attivi nella preparazione degli harem intorno al tramonto, ci mettiamo allora alla ricerca di un posto di osservazione che permetta di favorire gli avvistamenti. Cerchiamo un luogo dove si raccolga l’acqua che nel passato ha permesso a tanti selvatici di abbeverarsi e di radunarsi nelle ore serali. Quest’anno sfortunatamente è tutto secco. Occorre quindi cercare ancora sperando che gli ungulati non si siano spostati in zone dove l’abbeverarsi è facilitato ed il fresco più fruibile. Quindi non in questa valle ed infatti non siamo molto fortunati.

Vicino ad un piccolo acquitrino, formatosi per una condotta usurata dal tempo, riusciamo ad individuare in lontananza

Cervo maschio all’abbeverata

solo un maschio dal palco imponente a numerose punte. Dopo essersi abbeverato sparisce alla vista. Non è la zona giusta evidentemente, perché il giorno dopo il web, in un filmato pubblicato da Marcello Natarelli di Majellando (vedi filmato), mostra gli effetti di un combattimento che questa volta si è rivelato cruento fino alle estreme conseguenze. Normalmente i cervi desistono dal combattere non appena l’avversario mostra di voler accettare la sconfitta, questa volta invece il corno di un palco ha colpito sul fianco trafiggendo il polmone del contendente. L’agonia che ne è scaturita fa parte degli avvenimenti struggenti della natura, dei cicli che si sviluppano e significano dispiacere per una vita che cessa ma anche certezza per altre vite che se ne beneficeranno. Certamente si è trattata di una fine violenta seppur più veloce di quella che scaturisce dal più frequente inconveniente che può verificarsi nei combattimenti. A volte la violenza dei colpi potrebbe portare i due contendenti a restare ancorati per giorni in un incastro mortale tra i due palchi. Gli animali non riuscirebbero più a sganciarsi solo facendo ricorso alla loro forza. Ne risulterà che entrambi soccomberanno per sfinimento da fame e sete, triste conseguenza paradossale per chi tentava di perpetuare nella specie i propri caratteri genetici.

Nel cercare ancora luoghi di avvistamento ci imbattiamo nelle bianche sentinelle di un gregge con il gruppo completato dal cane cosidetto toccatore. Il pastore proprietario degli animali al pascolo che appare poco dopo, afferma che si tratta del suo più valido collaboratore. Ci confida che al mattino è grazie al suo contributo che riesce da solo a mungere l’intero gregge, ed è sempre grazie all’attività della cagna che il pascolo degli animali viene regolamentato secondo le abitudini apprese dai comandi del pastore. Si tratta di impercettibili gesti, meglio sguardi o piccoli suoni e fischi, che l’ausiliare decodifica in comandi concretizzati immediatamente dopo. Per noi impossibile comprenderne i significati. Il binomio pastore con i suoi animali, invece, vive di complicità rafforzata dalle esperienze. Alla fine tale sinergia si manifesta con la produzione di formaggi ricotte ed agnelli che appuriamo successivamente essere di grande qualità. E’ risaputo così nella zona, e la vox populi non mente su queste credenziali.

A Gabriele non sembra vero immergersi in una chiacchierata che colmi la sua naturale sete di conoscenze ed esperienze. Lui dice che si nutre di queste cose e così ci siamo ritrovati a parlare in un intenso profumo di erbe aromatiche, il ronzare fastidioso dei tafani con l’ultimo raggio di sole che si appresta a lasciare la scena ad una nuova notte. I convenevoli, inizialmente improntati alla diffidenza caratteristica di un incontro di montagna imprevisto, lasciano spazio, appena dopo, alla scoperta di aver apprezzato nel passato un personaggio ormai simbolo dei monti Morrone e Majella: Paolo Barrasso. Il biologo che ha dedicato la sua vita allo studio dei selvatici in questi luoghi, lupi in testa ma anche volpi e lontre. Preso atto della comune conoscenza di Paolo, cadono le diffidenze, si intrecciano i ricordi, si rispolverano le mai sopite congetture, per molti fantasiose per altri reali, sulle cause della sua scomparsa che porta la data del 26 Ottobre 1991. I resti di Paolo furono trovati quel giorno sul versante di Sant’Eufemia del Monte Morrone, aveva 42 anni ed era nel pieno del sudato successo di scienziato naturalista con una serie di opportunità ancora da cogliere che gli erano state offerte nel mondo dalle Università con cui aveva collaborato in tanti studi.

Erik Zimen con due suoi lupi e Guido Maggio 1988 Foto Gabriele Vallera

Paolo del quale fummo amici durante il lungo periodo universitario e dell’Operazione San Francesco, contribuì in modo marcato ad indicare le modalità per salvare il canis lupus italicus. Fu anche in prima linea con il suo attivismo per la nascita del Parco della Majella. Durante i ricordi che si accavallano nelle chiacchiere, il pastore ci racconta anche che verso la fine degli anni ’80, mise a disposizione il suo gregge per delle riprese in un documentario che stavano girando sulla Majella. Era condotto, ci dice, da un certo Eric, che arrivava dalla Germania con i suoi lupi che il governo della Baviera gli aveva concesso di studiare in una vasta area a questo preposta. Eric probabilmente in realtà era il prof. Zimen, collaboratore del premio nobel Konrad Lorenz, era considerato uno degli studiosi più importanti sull’etologia del lupo. Realizzarono sulla Majella un documentario sui lupi e la convivenza con i pastori che illustrava le varie fasi delle attività naturalistiche nelle stagioni. Venne più volte per realizzare il documentario, in Ottobre, Febbraio ed in Estate. Quanto realizzato fu anche proiettato a Caramanico durante un evento organizzato per questo, in quella circostanza promisero una copia della registrazione, che però non fu mai consegnata. Le promesse furono non mantenute a causa del grave incidente nel quale incorse Paolo. Anche il prof. Zimen ci lasciò precocemente. Morì in Germania, in Baviera a Grillenord, all’età di 62 anni per un male incurabile il 19 Maggio 2003.

La montagna però non dimentica i suoi attori più nobili come abbiamo potuto constatare. A Paolo restano intitolati il Centro Visite a Caramanico, il Rifugio Barrasso sul Monte Rapina, ed alcuni eventi riproposti in sua memoria. La sua storia è stata anche spunto per uno spettacolo teatrale con prima al Florian a Pescara nello scorso novembre. Seppur con qualche licenza poco attinente alla realtà e più orientata alla raccolta di consensi, lo spettacolo ha riscosso un certo successo ed emozione dei tanti amici accorsi ad assistervi. Del resto la storia di Paolo è stata tutta improntata ad un lirismo di passioni che hanno trovato anche conferma in alcune sue poesie. Anche per noi, è risultato appagante rispolverarne il ricordo nel tentativo di perpetuarne i significati…tanto Majella e Morrone, comunque, non dimenticheranno. “Io ero quel sogno/ e da quello ho vissuto/ per quello ho sperato. Paolo”. Sono i suoi versi riportati sulla targa bronzea in sua memoria nel luogo sul Morrone dove furono ritrovati i resti.

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